Il grunge è roba di Mark Arm. Letteralmente, perché fu lui a coniare il termine. Fattualmente, perché con i Green River prima e con i Mudhoney poi, è stato tra i primissimi a definire gli standard del genere, in maniera tanto efficace da generare ben presto una prole (Nirvana in primis) copiosa ed arrabbiata. Ma questa è storia. Gli anni ’90 sono finiti da un pezzo, lo spirito indipendente pure. Anche la Sub Pop non è più la stessa di allora, perché oggi l’indie è il vero mainstream ed il mainstream vero è semplicemente fuori moda. Dunque Vanishing point celebra due sopravvissuti: i Mudhoney e la loro etichetta, il cui primo singolo pubblicato fu proprio quella Touch me I’m sick che apriva Superfuzz bigmuff (1988), il leggendario EP d’esordio di Arm e compari. 25 anni, un bel compleanno. Da festeggiare degnamente, dando cioè l’impressione che dietro l’angolo ci sia effettivamente un altro quarto di secolo se non così sfolgorante e ricco, almeno non cupamente nostalgico. E Vanishing point ci riesce, e bene.
Le dieci tracce non sono una novità: i paraggi bazzicati da Mark Arm, Steve Turner, Dan Peters e Guy Maddison sono gli stessi di sempre, ovvero quel crocicchio in cui confluiscono garage-rock, psichedelia e punk. La differenza tra questo ed altri prodotti simili non è dunque l’originalità della ricetta, piuttosto la forza e l’onestà della messa in scena. E qui i Mudhoney non li batti, non ancora: la loro narrazione vibra del tono da sopravvissuto, ma lo humor nero, sardonico, di Arm riconduce tutto all’infuori dei confini ristretti dell’autocelebrazione. E poi, i ragazzi hanno voglia di suonare. Lo dimostrano l’incedere marziale, i riff e l’assolo spaziale-hendrixiano di Slipping away, il punk-hardcore velocissimo di Chardonnay, le barricate hard di The only son of the widow from nain («I’m coming back for more!» strilla Arm). La cattiveria è rimasta intatta: The final course, Sing this song of joy (cantilena alienata che chiude su un rotteniano «dancing on your grave») e I don’t remember you ne offrono un bel campionario, con l’ultima, in particolare, che non si vergogna di esibire il DNA di Iggy Pop e degli Stooges.
Vanishing point è dunque figlio degli anni ’60 più disturbati e depravati, underground (In this rubber tomb, Douchbags on parade). Soprattutto, è il lavoro di una band che non vuole gettare la spugna, che festeggia il quarto di secolo con uno spirito (il più possibilmente) intatto, e che fa quello che sa fare, che ama fare. Non solo di questo abbiamo bisogno, ma nell’attesa che una nuova Touch me I’m sick ci sconvolga, bentornati Mudhoney.
