Ci sono libri che ti toccano nell’intimità, arrivano al centro della sfera del personale. Apnea è uno di questi. L’abbiamo scoperto pian piano, dopo averlo letto e recensito. Ci ha lasciato domande a cui rispondere, dubbi su cui riflettere, ci ha portato dentro la condizione del malato senza vergogna. Non so se il giornalismo debba per forza essere un’arte obiettiva, a volte credo proprio di no. A volte abbiamo bisogno del massimo trasporto emotivo, della soggettività. Questo è un libro che si legge con empatia. E su quel filo sottile, ma al tempo stesso resistente, si muove la nostra chiacchierata con Lorenzo Amurri, un uomo che ha trovato il segreto della libertà senza combattere con troppe distanze. Una conversazione che di obiettivo ha ben poco, un dialogo per chi ha voglia di dare del tu alla vita.
Caro Lorenzo, vorrei, per prima cosa, chiederti quando è nata l’idea di questo libro. C’è stato un momento preciso o è stato un percorso lungo la linea del tempo?
È stato merito di una carissima amica scrittrice, Valeria Di Napoli, in arte Pulsatilla, che aveva un blog meraviglioso, dove ora non scrive più. Io la seguivo sempre e mi divertivo molto. Poi l’ho conosciuta e mi è venuto in mente di aprire un mio blog personale, in cui raccontavo tutto ciò che succedeva nel mondo della disabilità. Lo raccontavo col mio stile, con la mia ironia, ma narrando cose reali. Poi ho iniziato a scrivere racconti che puntualmente le inviavo. C’era del materiale per un romanzo effettivamente, e lei mi ha convinto a non sprecarli per dei semplici racconti. Io ero chiaramente terrorizzato, non avevo idea di come cominciare e non credevo di essere in grado. Alla fine ho cominciato, ma senza fare strutture o scalette, lavorando solo attraverso i ricordi. Mi ero imposto di scrivere solo quello che ricordavo. È stato difficile, perché il nostro cervello lavora in maniera strana, e quando si tratta di traumi, quando è pieno di cose “pesanti” da sostenere, cancella e butta via in modo da avere spazio per ricominciare. Molte cose le avevo nascoste, non le ricordavo, ma mentre scrivevo si sono aperte delle porte, a getto, e così, pian piano, è nato un libro che è una sorta di terapia che mi sono auto-inflitto. Ogni tanto mi fermavo, metabolizzavo e pensavo. È stato un cammino lungo e complicato.
Si dice sempre che in certe situazioni si ricomincia da zero. Ma quello “zero” da cui ripartire è davvero zero? A cosa ti sei realmente aggrappato per risalire?
Sai sono le classiche frase che si dicono, come quella: «Sei rinato, questa è una nuova vita!». Non è vero niente. La vita continua, ma è chiaro che la tua personalità si azzera, perché sei nulla, una polverina. Devi ricordarti chi eri, ricostruire la tua personalità pezzo dopo pezzo, sperare di migliorare e darti la possibilità di peggiorare. Essere disabili non è sinonimo di essere brave persone. La sofferenza ti sensibilizza, sia la tua che quella degli altri. Lì cominci a capire delle cose e puoi aprire gli occhi. Io, ad esempio, non ero una persona molto sensibile. In quel senso sono cambiato parecchio. Non parlavo granché, comunicavo con la musica, invece poi sono stato costretto ad usare le parole. Si continua a vivere, certo imparando a farlo in modo diverso, ma si fanno le stesse cose che si facevano prima. Bisogna abituarsi, e tenere presente il proprio carattere. Ognuno ha il suo modo di reagire. Non tutti possono avere la forza, ma alla base c’è la voglia di vivere e la testa che deve funzionare. In ospedale ne ho conosciute molte di persone con lo sguardo stanco che non ce l’hanno fatta. Ci sono poi delle frasi retoriche che mi fanno incazzare: «Questa cosa è successa a te perché eri in grado di sostenerla», ma per favore!
Un concetto che mi ha colpito molto nel tuo libro è quello dell’egoismo del malato. Ti va di parlarne? Quali meccanismi si instaurano quando si allontanano persone che ti sono vicine? Credo che l’egoismo del malato sia la cosa più difficile da comprendere per chi gli sta intorno.
La sofferenza crea egoismo. Lì vivi il tuo mondo e la sofferenza ti chiude. Riuscire a comunicare e far capire lo stato in cui sei è impossibile. Se non ci passi in prima persona non lo puoi capire. L’egoismo è una conseguenza naturale, pensi alla tua condizione e pensi che i tuoi problemi siano i più grandi del mondo. Credo, però, che sia proporzionale a tutto quello che ti succede nella vita. Pochi mesi prima di avere l’incidente mi sono rotto un braccio, e in quel periodo stavo registrando in studio. Ecco, per me quella era la cosa più brutta che mi potesse capitare. Quando ero ricoverato a Roma mi si avvicina un ragazzo col braccio ingessato, e piange disperato davanti a me, tetraplegico, perché gli avevano amputato la falangina del mignolo sinistro. Tutto è soggettivo e proporzionale. Certo, non è giusto pensare solo alla propria condizione. Io, per esempio, ero cieco di fronte alla sofferenza di Johanna, la mia ragazza. Lei era sana, ma la sua scelta di rimanermi vicino ha provocato le stesse difficoltà e gli stessi dolori. Io non ero più quello di prima, per cui abbiamo, per così dire, condiviso un incidente. Non si è in grado di vedere tutto questo, ci vuole tempo, riuscire ad aprire gli occhi su ciò che si ha intorno.
Il tuo libro è una costante ricerca di soluzioni estreme con cui farla finita. Solo nel finale arriva la scintilla. Come mai?
La mia ricerca di soluzioni estreme era dettata dalla disperazione del momento per aver perso tutti i miei sogni e il mio lavoro. La musica era tutto per me, una grande passione ma anche ciò con cui lavoravo. Ma quella ricerca era anche un modo di crearmi un’indipendenza almeno in quello. Dovevo essere aiutato per l’80% delle cose che facevo nella giornata, e avevo deciso che, nel caso avessi avuto voglia di farla finita, dovevo farlo da solo. Nella vita dovevo essere aiutato, ma nella morte volevo l’autonomia. Quando però poi mi sono trovato faccia a faccia con la scelta è scattata la voglia di vivere. Avevo bisogno di quella scappatoia, in un certo senso, ma avevo troppa voglia di vivere.
Ho la sensazione, però, che in realtà la vera scelta estrema sia stata proprio quella di vivere…
Vivere non è una scelta estrema. Dipende dalla tua voglia e dal renderti conto che la tua vita può essere comunque bella. Chiaramente io vorrei ritornare in piedi oggi, ma è una vita che ti può dare comunque tante soddisfazioni. Io me ne sono tolte e me ne continuo a togliere, viaggio e vivo come prima. Se ti funziona il cervello puoi adattarti ad ogni situazione, anche in condizioni peggiori delle mie. Se la testa va a duemila riesci a ritagliarti sempre una vita. Serve voglia, devi vedere e sentire questa possibilità. Penso però che sia più estremo morire che vivere. Parlare di suicidio è sempre difficile, io lo architettavo scientificamente, ma poi quando ero sul punto di farla finita avevo paura, ci vuole coraggio. Non è vero che chi si suicida è vigliacco.
Insieme all’egoismo, nel tuo libro parli molto di solitudine. Da cosa deriva veramente, da cosa nasce?
La solitudine è interiore, quella che proviamo un po’ tutti in realtà. Nessuno può capirti e tu non sei in grado di spiegarlo. Non è un fatto fisico, ma è una sensazione interna, molto interiore, riferita a me, proiettata su me stesso.
Lorenzo, di te ho ammirato la capacità di parlare al lettore senza filtri, considerandolo maturo di fronte alle malattie. La tua condizione è descritta in maniera chiara e diretta…
Quella è una scelta che ho fatto con lucidità, decidendo di raccontare la mia storia e senza filtri, con la massima sincerità e nei minimi particolari. Volevo scrivere prima di tutto per me stesso. Se ti metti in testa di scrivere per il lettore è finita. L’intento era raccontare ogni cosa per far sentire “addosso” le sensazioni. Per quello ho usato il presente, perché ti fa entrare in contatto in maniera immediata e diretta con chi ti legge. Sono stato molto ispirato da Gargoyle, un libro di Andrew Davidson, e dallo stile di scrittura. Con quel libro ho capito come avrei raccontato la mia storia. Certo, ho anche eliminato molte parti per non rendere noioso il risultato finale.
A proposito di questo, come è stato rapportarti con la casa editrice nel raccontare una storia così personale?
C’è stato un editing molto soft. All’inizio piaceva il lavoro ma abbiamo deciso di migliorarlo, senza tagliare parti ma diluendo dei capitoli o rimodellando alcune situazioni. Il secondo editing è stato più serrato ma molto intelligente. Alcune cose le ho eliminate ma non erano poi così importanti per l’andamento strutturale del romanzo. Nel terzo editing ho invece puntato i gomiti, è il classico momento in cui lo scrittore dice basta, e sui punti fondamentali il libro è rimasto quello.
Adesso che hai tolto la tua maschera, anche grazie a questo libro, che Lorenzo sei diventato?
Lo stesso di prima. Mi sento un po’ più “nudo”. All’inizio della scrittura non ti rendi bene conto di come sarà far leggere la tua storia. Poi quando ti accorgi che stai facendo scoprire la tua intimità un po’ ci pensi. Ma sono me stesso in tutto, sono così come mi vedi e come mi senti.
È sempre più difficile incontrare persone contente di quello che hanno, mentre sono tutti scontenti di quello che non hanno…
La cosa che dico sempre a tutti è di svegliarsi al mattino ed essere contenti per i vestiti nell’armadio, per la vita che si ha, per il piatto di pasta che possiamo mangiare. Questo è, alla fine, il senso. I problemi veri sono altri, e questo libro forse ha aperto un po’ gli occhi a qualcuno, e di questo sono molto felice. Ricevo molti messaggi da disabili che si sono riconosciuti in questa storia, ma anche da gente che legge il libro e si rende conto di essere fortunata e non si perde più in un bicchier d’acqua.
Libertà di pensiero è libertà di movimento. E tu sei la migliore risposta ad un senso di immobilità che si respira intorno…
Quest’immobilità è sconcertante. Ma qui, come dicevo prima, conta la testa, il cervello e la forza della mente di tirarti fuori da ogni situazione. Più la testa è in confusione e più è difficile muoversi.
Se ti dico “affogare”, tu cosa rispondi?
Respirare, sempre e comunque!




