Atoms for Peace – Amok

Se n’è parlato parecchio di questo debutto degli Atoms for Peace. Vuoi perché di mezzo c’è Thom Yorke dei Radiohead, vuoi perché il resto della line-up non è che sia composta proprio di scarti (Nigel Godrich, Flea, Joey Waronker e il meno noto ma validissimo percussionista Mauro Refosco), vuoi perché la band le sue carte “promozionali” le ha giocate benissimo, con il solito corredo di mezzi annunci, teaser, singoli diffusi quasi di straforo e un sito pieno di “sorprese”. Il clima, insomma, sembrava quello delle grandi imprese, al punto tale che persino l’ordinarietà radioheaddiana del primo singolo, Judge jury and executioneer, poteva tranquillamente essere ricondotta ad una naturale concessione ai fan, una strizzata d’occhio al mercato. Si pensava che il disco sarebbe stato altro. E invece no.

Amok, col senno di poi, è esattamente come doveva essere: un po’ alienato, un po’ misticheggiante, un po’ nevrotico, molto elettronico e con qualche spruzzata elettro-acustica. Godrich, Waronker e Flea si mettono sostanzialmente al servizio delle consuete salmodie in falsetto di Yorke, con Refosco ad iniettare qualche elemento esotico. Persino gli insospettabili aromi soul (Ingenue, la title-track) sono più il condimento che l’essenza statutaria di un album tutto teso ad inseguire le sue perfette alchimie digitali. Inevitabilmente, c’è pochissima anima. I bassi pulsanti di Before your very eyes…, i beat taglienti di Default, le voci fantasmatiche (poggiate su trame di chitarra folkeggianti) della stessa Judge jury and executioner, sono il minimo sindacale per questi cinque fuoriclasse, dunque una sostanziale sconfitta. La band era nata qualche anno fa per portare in tour quello che, ad oggi, è l’unico disco solista di Yorke, The eraser (2006), ma qui persino il senso acutamente paranoico e la minaccia apocalittica di quell’album si stemperano in un esercizio di stile che lascia nel puro potenziale anche qualche discreta intuizione. Ascoltando Stuck together pieces, ad esempio, ci si chiede cosa sarebbe venuto fuori se Yorke e compari avessero premuto sull’acceleratore ed esplorato davvero lo spettro sonoro etno-sintetico, alla maniera, ad esempio, di Brian Eno e David Byrne: non, cioè, da una prospettiva di pura tecnica, ma concettuale.

Ci voleva, insomma, un’elaborazione di segno opposto, più orientata al cuore e meno ad inseguire i formalismi neo-kraut e post-dubstep tanto in voga. Detta altrimenti, ci voleva più coraggio. Con queste nove tracce color grigio freddo, gli Atoms for Peace si collocano nel solco di una medietà che non gli appartiene, che non può appartenergli, dato il talento e l’esperienza in curriculum. La dimostrazione ulteriore di come un cast di superstar non faccia necessariamente un super-disco.

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