Amleto

Il mito di Amleto fra teatro e cinema

«Essere o non essere? Questo è il problema». Il dubbio di Amleto è il dubbio dell’uomo, fin dall’antichità dei tempi. È un dato di fatto che nell’individuo moderno il quesito sia diventato ancora più radicato e profondo, drammatico, quasi doloroso. In realtà, l’opera di William Shakespeare presenta numerosi punti di studio, dal complesso di Edipo (analizzato da Freud nel XX secolo), alla religione, con richiami sia al credo cattolico che a quello protestante. I diversi temi affrontati nello scritto meriterebbero un approfondimento a parte. In questo contesto, scegliamo di concentrarci su un altro aspetto dell’Amleto, ossia la sua trasposizione al cinema e a teatro. Il soliloquio sopra citato è stato rappresentato sui palcoscenici di tutto il mondo, oltre che innumerevoli volte davanti alla macchina da presa. Spesso gli attori recitano con un teschio in mano, anche se la scena è inesatta: «Essere o non essere» appartiene infatti all’atto III, scena I, mentre, il teschio di Yorick appare nell’atto V, scena I. Il fatto che Amleto sia una tragedia sancisce lo stretto legame fra teatro e cinema: proprio per questo, molte trasposizioni filmiche mantengono un sapore fortemente teatrale, che richiama, in parte, la genesi dell’opera.

Esistono molte versioni cinematografiche dell’Amleto, prodotte sia nei primi anni del cinema, quando ancora era muto, che per tutto il Novecento (in Italia, ricordiamo su tutte quella del 1955, di Vittorio Gassman), in versioni più o meno aderenti all’originale (pensiamo solo ad Hamlet 2000 di Michael Almereyda, che presenta un Amleto decisamente contemporaneo). Menzionarle tutte è un compito piuttosto lungo e questa sede non lo permette. Per cui, proviamo a individuare le trasposizioni più interessanti o particolari.

Due versioni singolari dell’Amleto – singolari poiché hanno come protagoniste due attrici nella parte del principe danese – vennero realizzate nel 1900, quando i panni del personaggio vennero vestiti da Sarah Bernhardt, e nel 1921, dall’attrice norvegese Asta Nielsen. In quest’ultima versione, la sceneggiatura non si basa solo sul dramma shakesperiano, ma anche su una novella, secondo la quale tra Orazio e Amleto ci sarebbe stata una relazione omosessuale.

Una notevole trasposizione cinematografica dell’Amleto è da attribuire a Georges Méliès, colui che, insieme ai fratelli Lumière, ha contribuito alla nascita del cinema: il suo Amleto è del 1907, un’opera che, purtroppo, è andata perduta. Nel 1913 uscì Hamlet di Hay Plumb, con protagonista il sessantenne Johnston Forbes-Robertson, uno dei più grandi Amleti della storia. Ma arriviamo al 1948, l’anno dell’Amleto di Olivier: si tratta di un’opera di eccezionale impatto emotivo e visivo, con un Olivier strepitoso che vince addirittura l’Oscar per la sua performance (del film firma anche la regia, vincendo l’ambita statuetta anche per il «miglior film», la «migliore scenografia» e i «migliori costumi»), oltre che il Leone d’oro a Venezia e la Coppa Volpi per Jean Simmons, nel ruolo di Ofelia.

Lungo salto temporale. Degli Amleti più recenti, da ricordare senza dubbio sono quello di Franco Zeffirelli (1990) con protagonista Mel Gibsonqui la nostra recensione -, e quello di Kenneth Branagh (1996), con il regista nei panni di Amleto. Il progetto di Branagh è grande e ambizioso: la versione integrale della sua pellicola è di quasi quattro ore, un tentativo di analizzare l’opera in tutte le sue sfaccettature, considerando anche quei particolari che, nel rispetto dei tempi filmici, le precedenti trasposizioni avevano dovuto tralasciare. Il risultato è un film complesso, che ritrae un mondo alla deriva, schiavo di vecchi schemi mentali e incapace di intraprendere un percorso di emancipazione definitivo. La realtà è difficile da sopportare, gli uomini sono deboli e si rifugiano nella pazzia, che costituisce l’unica via di fuga.

Un’altra interessante versione di Amleto è il Gamlet russo, basato sulla traduzione dell’opera del Bardo di Boris Pasternak. Diretto da Grigori Kozintsev e con protagonista Innokenty Smoktunovsky, Gamlet è senza dubbio una delle trasposizioni più riuscite dell’opera, insieme a quella di Laurence Olivier.

Concludiamo con tre titoli che non costituiscono delle vere e proprie riletture dell’Amleto, ma che pur discostandosi dall’originale riescono, più di altri liberi adattamenti, a mantenere un’alta qualità formale. Stiamo parlando di Un Amleto di meno di Carmelo Bene, in cui vengono mantenuti i nomi dei personaggi, ma cambia la loro funzione all’interno del testo: alla versione di Shakespeare si aggiunge quella di Jules Laforgue, che contribuisce a creare delle trasformazioni rispetto alla vicenda originale, lasciando in generale invariate certe situazioni (per esempio, la morte del padre di Amleto), che finiscono, comunque, per subire delle modifiche. Altro titolo, Rosencrantz e Guildenstern sono morti del commediografo Tom Stoppard, una commedia piuttosto complicata poiché chiama in causa elementi del teatro dell’assurdo beckettiano e che, per la prima volta, pone l’accento non sul principe di Elsinore, ma su due personaggi secondari, Rosencrantz e Guildenstern, appunto: nata per il teatro, nel 1990 l’opera fu trasposta al cinema, per la regia dello stesso Stoppad, vincendo il Leone d’oro a Venezia. Concludiamo questo rapido excursus con un altro realizzato del già citato Branagh, ossia Nel bel mezzo di un gelido inverno. Già il titolo suggerisce una diversità rispetto all’Amleto classico: in più la trama si discosta del tutto dall’originale, cosa inusuale per Branagh, che quando si tratta di Shakespeare tende a essere generalmente abbastanza aderente al testo. Qui, invece, c’è un certo Joe Harper, un attore disoccupato che decide di mettere l’Amleto in scena. Il cast viene selezionato e i lavori per la realizzazione della tragedia iniziano. Una cosa Joe non ha calcolato: l’Amleto parla di drammi, di confusione, di insicurezza, di paura, oltre che di frustrazione, paralisi esistenziale, inettitudine all’azione, insomma, sentimenti e caratteristiche che contraddistinguono la vita di ognuno. Per gli attori non sarà facile interpretare la loro parte, soprattutto quando molto della loro vita trova un corrispettivo nell’opera, una tematica (realtà vs finzione) che Branagh continuerà a trattare, lo stesso anno, nel suo ambizioso Hamlet.

 

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