My Bloody Valentine – m b v

Ventidue anni – un tempo lunghissimo quello intercorso da Loveless (1991). Ventidue anni possono essere un macigno: possono infiacchire l’ispirazione, spegnere gli ardori e la fantasia, o chiudere tutto entro i confini rassicuranti del revival, dell’auto-citazione. Per Kevin Shields, però, fare dischi è sempre stato qualcosa di svincolato da mode e contingenze. Per lui parlano le sue non-canzoni, tele astratte di feedback e distorsioni in cui sono finiti annegati puntualmente cliché e stereotipi del pop-rock. Coerentemente, il nuovo m b v è tutto meno che incasellabile, definibile, etichettabile.

Il terzo LP dei My Bloody Valentine è un album che guarda avanti, che si interroga costantemente sulle possibilità ed ipotesi sonore che esso stesso ventila. Un disco che prende lentamente coscienza di sé, come ciascuno di noi dopo una lunga dormita, o un atleta, che prima di lanciarsi alla ricorsa del record saggi il suo potenziale, la sua tenuta, i suoi limiti. Il trittico iniziale She found nowOnly tomorrowWho sees you mette in scena un volteggio infinito tra nostalgia e tedio, tra astenia e desiderio. Quella chitarra, i versi sussurrati, la melodia (appena abbozzata) eterno ostaggio del feedback, le strutture evanescenti: sembra un ritorno a casa. E invece no, c’è qualcosa di diverso nei baratri psichedelici che la musica lascia intravedere. Per capirlo, però, bisogna continuare il viaggio, immergersi nella stasi ambientale di Is this and yes o lasciarsi ipnotizzare dalla sintetica If I am. Ma l’elettronica da sola non esaurisce la sensazione di novità che si prova: come se non bastasse, New you sembra stranamente irrisolta. Quando arriva In another way, però, le cose diventano chiare: è il ritmo il filo conduttore del disco. Non le chitarre (che pure bruciano e barriscono), ma il beat, che in m d v è pulsazione vitale. I My Bloody Valentine riemergono dalle nebbie di un tempo remoto che non è quello del passato, ma di un oltre-rock di cui, da bravo visionario, Shields ha sempre posseduto la chiave. Vengono al mondo. E lo fanno con tutta l’evidenza che un simile atto comporta: per questo in Nothing is il battito si fa martellamento industriale. Wonder 2 è la presa di coscienza e l’esplosione del Potenziale: un vortice ultrasonico sospinto da una scansione impazzita, che chiama in causa universi lontanissimi e definisce un’idea di rock che è oltre il rock, di elettronica che è oltre l’elettronica, di avanguardia che è oltre l’avanguardia.

m b v insomma è un disco totalmente autoreferenziale. Non perché chiuso al confronto con l’esterno, ma perché vivo in una dimensione tutta sua, inaccessibile ai più. Un pacco dono direttamente dal cielo. Dopo ventidue anni. Ma ne valeva la pena, altroché.

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