Gli emarginati dalla società, gli incompresi: sono questi i protagonisti dei film di Tim Burton. Fra tutti, però, spicca un nome, un nome famoso, ormai entrato nel cuore di milioni di spettatori: Edward.
Edward è un essere con delle forbici al posto delle mani, poiché il suo inventore è morto prima di poterlo completare. In seguito, Edward si ritrova isolato in un’enorme villa, fino all’arrivo di una signora di nome Peggy, che decide di condurlo nella sua città e nella casa in cui vive insieme al marito e ai figli, Kevin e Kim. Nonostante l’iniziale diffidenza, pian piano la comunità comincia a provare una certa simpatia per Edward che, grazie alle sue “mani”, si diletta nell’intagliare le siepi, costruendo delle bellissime sculture. Purtroppo la situazione è destinata a complicarsi, poiché non tutti sono in grado di comprendere la sua natura particolare. Fra questi c’è Jim, il fidanzato di Kim, geloso del sentimento che sembra legare la sua ragazza alla strana creatura.
Ispirato fisicamente al leader dei Cure, Robert Smith, Edward è forse uno dei volti più noti nella storia del cinema: non solo per le cesoie che si ritrova come mani – dettaglio che lo rende unico e riconoscibile –, ma anche per la sua indole sensibile, che deve fare i conti con le ingiustizie sociali di cui è vittima. In molti considerano Edward mani di forbice il miglior film di Burton, sicuramente uno dei suoi lavori più intimi e personali. La pellicola sancisce l’inizio di un lungo sodalizio con Johnny Depp e con il compositore Danny Elfman. Inoltre, appare nel ruolo dell’Inventore Vincent Price, celebre interprete di film horror (soprattutto, quelli diretti da Roger Corman), di cui Burton era un ammiratore, tanto da aver realizzato nel 1982 il corto Vincent (una curiosità: di Price è la voce nel video di Thriller di Michael Jackson).
La vicenda si dipana nelle viuzze di una cittadina americana, in cui tutto sembra funzionare alla perfezione. Edward mani di forbice è una fiaba, in cui poesia, incanto, suggestione si mescolano con la crudeltà degli uomini, con la loro incapacità di accettare il diverso, spaventati da ciò che esula dalle loro abitudini e dalla loro concezione di “normalità”. C’è un lieto fine, ma non nel senso classico del termine. Non esiste il “e vissero tutti felici e contenti”, ognuno appagato nei suoi desideri: piuttosto, i personaggi di Burton individuano un mondo tutto loro, in cui si sentono a proprio agio, dove possono essere davvero se stessi, senza che nessuno li torturi o perseguiti in alcun modo.

