Vaccaneo, Costa, Pautàs: «Con #Leucò vince la letteratura»

L’anno scorso, la Fondazione Cesare Pavese promosse un esperimento singolare: la riscrittura de La luna e i falò (1950) su Twitter. 140 caratteri e un hashtag, #LunaFalò, per entrare nell’universo narrativo di uno dei massimi scrittori italiani (e non solo). Forte di un risultato importante (600.000 contatti), inevitabilmente accompagnato dalle solite polemiche scatenate dai “puristi”, Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione, ora ci riprova. E così ecco #Leucò. Il progetto (di cui vi avevamo dato notizia qui), ideato assieme a Paolo Costa e Hassan Bogdan Pautàs, mira a riscrivere i Dialoghi con Leucò, pubblicati da Pavese nel 1947 per Einaudi. Iniziata il 13 gennaio, l’iniziativa si concluderà il 4 aprile: in questo lasso di tempo, ogni tre giorni dei “Titani” (membri della community responsabili ciascuno di un dialogo) saranno chiamati a dare il là alle “conversazioni”. I tweet migliori saranno poi archiviati nello Storify della Fondazione; ciascun “Titano”, inoltre, approfondirà le tematiche emerse nei dialoghi tramite il proprio profilo Pinterest. A distanza di due settimane dall’inizio (l’intervista è stata registrata il 30 gennaio), abbiamo fatto due chiacchiere con Vaccaneo, Costa e Pautàs: in un lungo hangout su Google+, è emerso tutto il valore di un’operazione che, tramite i social network, mira, in primis, a riavvicinare il pubblico alla letteratura.

 

Cominciamo dalle basi: cos’è una riscrittura via Twitter?

Paolo: La caratteristica sia di #LunaFalò che di #Leucò è di porsi come obiettivo non tanto una produzione letteraria attraverso Twitter, quanto il lavoro critico, di interpretazione, di un testo letterario già esistente, utilizzando l’espediente della riscrittura. Detto altrimenti, a noi non interessava tanto la “twitteratura”, intesa come tentativo di produrre della letteratura tramite Twitter, a noi interessava Twitter come strumento che permette di entrare nel “fatto” letterario con modalità nuove, diverse da quelle utilizzate generalmente. L’obiettivo, insomma, è la decostruzione del testo letterario. E da questo punto di vista pensiamo che Twitter sia molto potente, per due ragioni. Da un lato, perché pone un vincolo (i 140 caratteri) che costringe a fare un grosso sforzo di attenzione al valore formale del testo su cui sta lavorando. Dall’altro, perché è un social network, e quindi permette a diversi utenti di collaborare su uno stesso obiettivo, costruendo percorsi che s’intrecciano, si confrontano, si condizionano a vicenda. Una cosa tutta diversa dalla rilettura fatta da un singolo…

A questo lavoro su Twitter, poi, si ricollega quello su Pinterest, che, nelle intenzioni, dovrebbe garantire un approfondimento ulteriore …

Pierluigi: Pinterest è una novità di #Leucò, e assieme a Storify completa il quadro. È uno strumento che stiamo sperimentando, vedremo quello che succede tra un paio di mesi: solo allora potremo capirne l’effettiva resa. Rispetto a La luna e i falò, i Dialoghi con Leucò hanno, per certi versi, un contenuto più forte, un sostrato simbolico che affonda nel mito, nel classicismo: dunque Pinterest serve a dare sfogo a tutti quei contenuti che difficilmente si riescono ad esprimere in 140 caratteri. In realtà (e queste prime due settimane lo confermano), la piattaforma “principe” rimane comunque Twitter…

Perché Pinterest e non Facebook?

Pierluigi: Facebook è un contenitore molto ampio, un po’ dispersivo. Pinterest ci interessava proprio perché più “piccolo”: con Facebook avevamo l’impressione di sparare nel mucchio…

Con questi primi tweet, state notando delle differenze nelle modalità e nella qualità della partecipazione da parte dei membri della comunità rispetto a #LunaFalò? Per esempio, una maggior padronanza del mezzo social, una maggiore conoscenza delle regole, una maggiore attinenza delle risposte ai contenuti del dialogo…

Hassan: Sì, stiamo notando delle novità. #LunaFalò è cominciata come una riscrittura e, poco a poco, ci siamo resi conto che era una rilettura; #Leucò è cominciata come una rilettura e, fatte salve le cose che dicevano Pierluigi e Paolo prima, l’aspetto conversazionale sta prendendo il sopravvento. Il fatto è che la comunità è più grande, ci sono molte persone che si conoscono e sono amici tra loro, e dunque si innescano quelli che noi chiamiamo “spunti di profondità” su più filoni tematici. Normalmente, il primo giorno della riscrittura (su questo, Paolo ha fatto uno Storify assai esemplificativo) è molto serio: si cerca di fare un lavoro critico, di analisi, d’interpretazione. Nel secondo, prevale l’aspetto ludico, e quindi tipicamente si acuiscono fenomeni di contaminazioni con le altre arti, emerge la dimensione della cultura di massa; il terzo giorno, infine, diventa il luogo per tirare le fila e dialogare di più. E tutto questo grazie proprio alla dimensione comunitaria, al fatto che il protagonista stavolta non è la Fondazione ma i “Titani”, queste figure che “adottano” i testi e che a me ricordano un po’ i superstiti del finale di Fahrenheit 451…

La qualità della partecipazione e questa dimensione così comunitaria possono essere state influenzate anche dalle peculiarità del testo di Pavese?

Paolo: Assolutamente. I Dialoghi con Leucò attingono all’iconografia del mito greco: in questo senso, offrono la possibilità di muoversi in qualunque direzione, perché rappresentano un serbatoio di metafore degli snodi cruciali dell’umanità e delle sue modalità di rappresentazione praticamente infinito. Di fatto, la cultura occidentale da duemila anni non fa che ragionare intorno a quello che i greci ci hanno raccontato: non a caso, qualcuno diceva, enfatizzando un po’ il discorso, che dopo Platone tutta la filosofia è un commento a Platone. Noi, attraverso i Dialoghi con Leucò, non facciamo altro che commentare una serie di idiosincrasie, di modelli, che sono eterni. Pensiamo, ad esempio, al tema della contrapposizione tra amore e morte, che emerge prepotentemente dal Leucò: è una di quelle contrapposizioni riscontrabili ovunque, da Shakespeare a Leopardi, ed uno di quei lasciti della cultura greca che ci porteremo appresso ancora per un bel po’, credo.

Pierluigi: La grande novità è che tutto questo lo facciamo per la prima volta non imponendolo dall’alto di un ente o di un’istituzione, con il classico convegno e i grandi esperti che raccontino cos’è il mito e cosa volesse dire Pavese, ma partendo dal basso, coinvolgendo le persone, ovvero i primi fruitori del testo.

 

Com’è nata l’idea di #LunaFalò?

Pierluigi: Per gioco. E certo non ci aspettavamo un simile successo. Semplicemente, volevo dare uno sbocco sui social network all’attività della Fondazione, fare in modo che la fondazione stessa di disintermediasse e non imponesse più cultura dall’alto ma cercasse di farlo in modo “virale”, dal basso. Poi ho incontrato Hassan (che all’inizio pensavo fosse straniero e invece s’è rivelato un perfetto torinese), che s’era già cimentato con esperimenti analoghi (con #TweetQuenau). Siamo partititi con l’idea di riscrivere La luna e i falò su Twitter, ponendoci dei paletti molto semplici, pubblicando un capitolo ogni due giorni e senza neppure fare troppa pubblicità, appoggiandoci alla comunità consolidata di #TweetQuenau. Già nelle prime fasi, l’esperimento è diventato un caso mediatico: i giornali ne parlavano e s’era aperto, inevitabilmente, il dibattito tra chi era a favore e chi contro. Da lì a #Leucò il passo è stato breve.

Hassan: Io direi che è un po’ la storia di un’amicizia a tre. Io e Pier ci siamo incontrati grazie ad un amico comune che ha notato come i nostri due percorsi s’incastravano bene. Abbiamo iniziato con #LunaFalò, e la cosa è cresciuta in modo molto naturale. Grazie a #TweetQuenau ci siamo trovati con Paolo, che aveva partecipato all’esperimento. Ci siamo resti subito conto che tutto si muoveva dal basso, dalla comunità, facendoci innovare e sperimentare. Ed è questo il tracciato che stiamo seguendo. Mi ritrovo molto su quest’idea di commento cui faceva riferimento Paolo: di fatto, #Leucò è proprio un commentario giocoso sulla letteratura, ma talmente giocoso da essere serissimo. Calvino diceva che la leggerezza è all’opposto della frivolezza: anche per noi è così, e stiamo facendo tutto con assoluta umiltà, imparando dagli errori, perché la strada ce la dettano i nostri “riscrittori”. Come diceva prima Pier, il lettore è al centro perché il testo è al centro. Questo non disintermedia la critica letteraria ma la lettura. E quindi dà maggiore spazio alla critica letteraria, se vuole lavorare su questo.

 

Torniamo a #Leucò: dopo due settimane cosa dicono le cifre?

Paolo: Abbiamo prodotto 5392 tweet. Il che significa, ragionando in ottica “giornalistica” e dunque tenendo conto del limite dei 140 caratteri, 412 cartelle di testo. Un risultato pazzesco.

Al di là del valore numerico, quando un esperimento del genere può ritenersi riuscito? Qual è o quali sono i parametri in base ai quali voi, il 5 aprile, giudicherete #Leucò un successo o un fallimento?

Hassan: Un esperimento del genere ha successo, innanzitutto, quando i libri escono dalle biblioteche e tornano nelle mani dei lettori. Poi quando ti rendi conto che in mezzo a 1000 commenti giocosi c’è profondità critica, ci sono dagli sviluppi d’analisi. In generale, quando la torre della cultura si abbassa verso i cittadini e li fa partecipare. C’è molta qualità nei tweet: basta leggerli e seguire l’hashtag. [ad Hassan si scarica la batteria del portatile, dunque non interverrà più nella conversazione, n.d.r.]

Pier: Sono d’accordo. La vittoria è questa, il fatto che ci troviamo insieme, in tanti, al mattino, ognuno col suo libro in mano in tutte le parti d’Italia (qualcuno anche all’estero), a leggere e commentare il dialogo di riferimento, dando ciascuno il proprio contributo. Vince la letteratura.

Tornando ai “Titani”: chi sono e come li avete scelti?

Pierluigi: Molto semplicemente, in fase di progetto abbiamo spiegato l’esistenza di questa figura del “Titano” e chiesto a chi volesse di candidarsi. Non erano richieste particolari qualità, perché si tratta di fare poche cose. Diciamo che il “Titano” è un po’ il “Pifferaio Magico”: lancia il primo tweet al mattino e indica la strada da seguire. Poi, certo, i “riscrittori” fanno quello che credono, non è detto che debbano seguire per forza la via dettata dal “Titano”, possono anche allontanarsene. Il “Titano” si occupa anche dello Storify, archiviando, dopo ciascuna sessione di tre giorni, i 24 tweet più belli – limite puramente “grafico” (la pagina dello Storify contiene 24 tweet per volta), ma che Paolo, ad esempio, ha mostrato di saper superare…

Paolo: È che io mi ero proprio dimenticato la regola! [ride, n.d.r]

Pierluigi: E meno male, perché così hai creato una cosa più interessante! Comunque, la figura del “Titano” ci serviva perché, contrariamente a La luna e i falò, in cui ciascuno poteva riassumersi il proprio capitolo tranquillamente, qui era interessante, data proprio la struttura del testo, creare un dialogo.

Tutto questo lavoro questo confluirà in un tweet-book come #LunaFalò [scaricabile gratuitamente qui, n.d.r.]?

Pierluigi: Le vele sono gonfie, il mare è grosso, la nave fantastica e piena di argonauti: in qualche isola approderemo… [ride, n.d.r.]

Prima accennavate alle polemiche che #LunaFalò scatenò. Nei confronti di #Leucò, invece, qual è stato l’atteggiamento dell’establishment culturale?

Paolo: Guarda, io penso che un’esperienza come la nostra sia sintomatica di uno stato di cose: non l’avessimo fatta noi, ci avrebbe pensato qualcun altro. Proprio per questo, e quindi al di là dei nostri meriti, un esperimento simile dovrebbe indurre i protagonisti dell’industria culturale del nostro paese a fare una seria riflessione sul rapporto che stanno istaurando con nuove modalità di fruizione della cultura, con nuovi strumenti, nuove tecnologie, nuovi mezzi. L’auspicio è che un’operazione come questa (se non la nostra, magari la prossima) dia un po’ una scossa. Si dice spesso che in Italia non si legge nulla, che non si vendono libri, però si può cominciare a dire che, attraverso esperimenti di questo tipo, ci sono centinaia di persone che ogni giorno ragionano attorno ad un’opera fondamentale, un classico che poi viene venduto in libreria a tutto vantaggio dell’editoria tradizionale. Ci sono, quindi, due mondi, e mi sembra assurdo che questi non solo non comunichino, ma vivano a volte in contrapposizione, perché gli editori tradizionali vivono come una minaccia le cose che succedono sulla rete; al tempo stesso, chi lavora con la rete, magari in modo un po’ snob, tratta gli editori tradizionali come del vecchiume da buttar via. E invece bisognerebbe avere massimo rispetto della tradizione di un editore come Einaudi, e massimo rispetto per le cose di questo tipo che si fanno sulla rete.

 

Avete ricevuto feedback dalla Einaudi?

Pierluigi: Il contatto è diretto, c’è, dai tempi di #LunaFalò. Ma la persona che attualmente fa il lavoro di Pavese alla Einaudi, ovvero il direttore editoriale [Ernesto Franco, n.d.r.], ci ha detto che per ora la casa editrice non è interessata in questa nicchia di produzione online. La risposta ci è arrivata in un tweet: molto breve, ma contenutisticamente molto forte. Sono d’accordo con Paolo, #LunaFalò e #Leucò sono iniziative che nascono da un clima culturale: come si dice, le cose belle sono nell’aria. I numeri ci stanno dando ragione: 5392 tweet in quindici giorni sono un’enormità se pensiamo che con #LunaFalò abbiamo fatto 5000 tweet sì, ma in tre mesi. Tutto questo, insomma, è un segnale: se qualcuno non riesce a coglierlo, è un problema suo. E soprattutto è un segnale che viene dal basso: ed è da lì che partono le rivoluzioni…

In chiusura, come Fondazione Pavese continuerete quindi su questa strada?

Pierluigi: Ah, non ci ferma più nessuno! [risate, n.d.r.]

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