Beta love: ovvero, l’amore (e il soul) nell’era dei robot. O, almeno, così nelle intenzioni. Perché ad andar oltre i comunicati stampa (e la copertina, che cita il kubrickiano 2001: odissea nello spazio), il terzo disco dei Ra Ra Riot non è che offra molto di più di una copia sbiadita delle profezie futuribili di William Gibson e Raymond Kurzwei. Rimasti in quattro dopo la dipartita della violinista Alexandra Lawn, e diretti dal produttore Dennis Herring (Elvis Costello, Modest Mouse), Wes Miles e soci hanno scodellato undici motivetti facili facili, che devono moltissimo alla recente ondata di r’n’b elettronico (vedi, ad esempio, Chad Valley). Qualche synth appena abbozzato, violini, falsetto spinto e versi come «I might be a prototype, but we’re both real inside», delineano un’estetica zuccherosa e infantile, che tenta di coniare una forma di sentimentalismo androide persino gioioso e invece finisce col navigare a vista in un limbo di affettazione che non ha la forza neppure per essere kitsch.
Qualche buona intuizione c’è: il cupo battito hip-hop di What I do for u, con le vocals isteriche in secondo piano, è indubbiamente efficace, e persino il Moog trova un senso all’infuori di una scontata presenza. Più composta e classica, When I dream azzecca la melodia e una propensione al dancefloor non invandente o pacchiana. Si tratta, però, di due piccoli motivi di soddisfazione, perché poi l’album va altrove, nella direzione di un poppettino colorato ma insipido (Dance with me, For once, I shut off), che seppellisce banalità su transumanesimo e singolarità tecnologica sotto battiti metronomici e schitarrate elettriche (Beta love). Le tracce, insomma, esauriscono in qualche dettaglio spicciolo (il ronzio digitale di Wilderness, il balbettio di synth acquoso e pudico di Is it too much) le premesse “sperimentali” del disco. Il risultato è che, al di là di melodie e tessiture strumentali, in cui sono comunque ancora gli archi a imporsi all’attenzione (When I dream, l’accenno di “minuetto” in That much), la protagonista vera è la voce di Miles, potente sì, ma incolore.
I Ra Ra Riot, insomma, hanno fatto il passo più lungo della gamba, capendoci poco o nulla. Un disco confuso e superficiale, ma che ha il pregio di chiarire, dopo gli innocui The rhumb line (2008) e The orchard (2010), quale sia la vera portata della band.
