Cappellino da baseball, barba poco curata, viso scarno, sguardo fisso verso il vuoto: è Travis (Harry Dean Stanton), un uomo che vaga nel mezzo del deserto. Dato per disperso, dopo quattro anni viene ritrovato in una stazione di servizio e recuperato dal fratello, Walt (Dean Stockwell). Travis viene così ricondotto alla vita familiare: ritrova il figlioletto Hunter (Hunter Carson), che la moglie, Jane (Nastassja Kinski), aveva affidato ai cognati prima di sparire anche lei. Venuto a sapere che la donna versa dei soldi in favore del piccolo ogni mese, in una banca di Huston, Travis decide di partire alla sua ricerca, accompagnato da Hunter.
Le ossessioni intorno a cui ruota Paris, Texas, quarta regia “americana” di Wenders dopo Lampi sull’acqua (1980) e Hammett (1982) e Lo stato delle cose (1982), sono due: l’incomunicabilità, un senso di assenza di cui il volto quasi catatonico di Travis è specchio fedele e che il paesaggio desertico oggettivizza, e il viaggio, topos classico del mito americano, qui inteso come ricerca di redenzione da un passato impossibile da dimenticare. Travis ritrova Jane: lavora in un peep-show, dove per denaro offre il suo splendido corpo alla vista di qualche pervertito da cui la separa un vetro semiriflettente, che le nasconde i loro volti. Trevis, dopo aver lasciato Hunter in una stanza d’albergo, va a trovarla, ma solo la seconda volta riesce a rivolgerle la parola. Tramite un interfono, le racconta una storia, quella di una giovane donna («non più di 17 o 18 anni») e di un uomo assai più anziano di lei, “tanto rozzo, selvatico e intrattabile, quanto lei era dolce”. Dopo un primo periodo felice, la relazione era lentamente precipitata in un nugolo di tensioni, incomprensioni e mutue insoddisfazioni, consumate nel silenzio ed aggravate dall’alcolismo di lui. Neppure la nascita di un bambino aveva migliorato le cose: così, una notte, dopo uno spaventoso incendio nella roulotte in cui vivevano, l’uomo era corso via, e aveva preso a vagabondare.
Sentita la storia, Jane riconosce in quella ragazza se stessa, e capisce che dall’altra parte del vetro c’è Travis. L’uomo, però, non cerca il ricongiungimento con la moglie: schiacciato dal peso del male che ha fatto, le segnala dove può trovare Hunter e sparisce di nuovo, riprendendo il suo cammino senza meta. Con Paris, Texas, Wenders stende insomma un ponte tra intimismo europeo e grandi spazi hollywoodiani, firmando, con l’aiuto dello sceneggiatore Sam Shepard, un’amara parabola “on the road” intrisa di silenzi, pause, contesa tra il calore della fotografia di Robby Müller e la malinconica colonna sonora di Ry Cooder. La bellezza formale e l’intensità della pellicola gli valsero la Palma d’oro al festival di Cannes.
