Come certi risvegli all’alba, con il cielo ancora confuso, incerto tra notte che sfuma via e sole che non si decide a sorgere. La musica dei My Bloody Valentine è una terra di mezzo emotiva tra calore e gelo, tra dolore lacerante e languore malinconico, tra slancio epifanico e terrestrità. Dopo Isn’t anything (1988), che già s’era imposto all’attenzione per quel suo sound stratificato, metà aspro e metà angelico, ci pensa Loveless (“senza amore”) a perfezionare la formula, smantellando quel che resta del rock – riff, strutture, melodie, voci, arrangiamenti – in nome di un’estetica fantasmatica, irreale.
Stavolta fa tutto Kevin Shields, e tutto (o quasi) con quella chitarra, che trasforma definitivamente in uno strumento capace di interpretare ansie ed inquietudini che vanno ben oltre i delicati bozzetti di amore perduto alla base delle undici tracce: è, questo, il suono di un’intera generazione, alla ricerca di un nuovo e sincero intimismo dopo i conati rabbiosi del punk, le pretese arty della new-wave e il fracasso kitsch/edonista del new-pop. Il paradosso è che il sound, pur nella sua totale anti-spettacolarità, è aperto a mille suggestioni, mille sfumature. Le dieci tracce infatti fanno leva quasi esclusivamente su feedback e campioni – anche di batteria (Ó Cíosóig suona live solo in Only shallow e nella sua Touched) -, con la bassista Googe assente in studio (malgrado l’accreditamento) e la Butcher che depone la chitarra e si limita a qualche vocals. Pezzi come Loomer, To here knows then e When you sleep, tra fluttuazioni ipnotiche e tenerezze di grana (sonora) grossa, ammiccano ad un oltre-rock celestiale, trascendendo la ruvidezza della psichedelia dei ’60 per tramite delle avanguardie e del magnetismo del dream pop. L’equivalente musicale di un’esperienza extracorporea, insomma, con riff durissimi subito redenti da melodie trasognate (Only shallow), motivetti acustici seppelliti dal gain (Sometimes), accenni beatlesiani (Come in alone) e nebbie romantiche stile Cocteau Twins (Blown a wish). Persino la martellante What you want (la più dura del lotto) ingloba una dose d’astrattezza che l’associa ad un eco lontana, ne fa quasi un’allucinazione. Lo spettro stilistico è assai più ricco di quanto non si pensi: lo dimostra Soon, che evoca una vertigine psichedelica a partire da un battito dance.
Con Loveless, insomma, i My Bloody Valentine definiscono compiutamente le coordinate dello “shoegaze”, spalancano le porte al nuovo decennio e scrivono una delle pagine più belle della storia del rock. Indimenticabile ed “elettrico”, come certi sogni ancora appiccicati al cuscino o certe albe, che sembrano non voler arrivare mai…
