Alì – La rivoluzione nel monolocale

Difficile essere giovani, oggi. Tra fantasmi di un passato che non accenna a morire, un presente precario e insoddisfacente, e un desiderio di futuro che sembra destinato a non essere mai appagato, la corrente di giorni monotoni ti confina lentamente ma irrimediabilmente nel tuo monolocale, dal quale scruti il mondo fuori con un misto di rabbia e malinconia. Tuttavia, forse lo spazio per una rivoluzione c’è: cominciare a guardare dentro di sé, facendo piazza pulita di qualche bugia, aggrappandosi alle cose che contano.

Prodotto da Colapesce, La rivoluzione del monolocale è il primo LP di Stefano Alì: dieci tracce, nove inediti più una cover di Paolo Conte, che gravitano tra i fantasmi di un amore (meglio, di un sentimento) e i piccoli dettagli di una vita ordinariamente in bilico. Sotto le insegne di un sound elettro-acustico che mescola Wilco e National, ma senza dimenticare Pan Del Diavolo e Bugo, si dipana un diario intimo, tra nostalgie ed inquietudini non sempre celate. Armata fino ai denti, ad esempio, apre morbida, ariosa, ma subito Per la gioia di Woodoo sfodera uno stomp blues strascicato e un po’ glammy. La depressione, quella tranquillità che «paghi cara con il Lexotan», si tinge di nevrosi in Cash: è una melma indistinta di giorni tutti uguali, trascorsi al bar vagheggiando la tranquillità borghese, la stabilità. Solo che poi neanche te ne sei accorto ed è «giunto il sabato / e ci si veste a cazzo». Azzecca il tiro pure Le nostre bocche incollate, con quel passo indolenzito (persino un po’ Manuel Agnelli) e quella sua vita «ammalata». Il centro di gravità emotivo de La rivoluzione del monolocale è la disillusione, ma è una disillusione che non conosce il cinismo, e che sotto sotto, pur se inchiodata alle belle speranze andate perdute («scoprire che non sono / più quello di un tempo»), si rifiuta di arrendersi alla disperazione: e poi, ci sono sempre «i Broken Social Scene, i Wilco e i Morphine» (Continuare a vendere oro) che ti aiutano a mandar giù tutto. «Mi basta sentire il tuo sapore / dopo aver fatto all’amore»: New York, swingante e indolente come gli Strokes, fa di questo recupero della dimensione personale, minima, un’ancora di salvezza.

Così, tra bozzetti straniti (Il miglior sorriso della mia faccia, di Conte), fantasmi del passato (Roulette) e languori “dark” (Maggio), si arriva all’epilogo, malinconico, dimesso, di Racconti di viaggio. La melodia si distende placida, ma la struttura e le parole fotografano una condizione d’immobilità che è difficile non percepire come negativa. Quello di Alì è un esordio interessante, insomma, che pur senza prendersi grossi rischi delinea i contorni di una poetica e di uno sguardo sul mondo personali, a tratti persino intriganti. Da tenere d’occhio.

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