Italo Calvino – Il barone rampante

In un tempo in cui gli alberi crescono isolati nei parchi, l’idea di arrampicarsi e spostarsi per la città camminando sui loro rami si circonda di un fascino fiabesco e nostalgico. È la stessa suggestione provocata da Il barone rampante, che fa dell’immagine di un uomo che vive sugli alberi l’elemento essenziale intorno al quale sviluppare il racconto.

Cosimo Piovasco di Rondò, fratello maggiore del narratore, ha dodici anni quando il 15 giugno 1767, dopo aver rifiutato di mangiare la zuppa di lumache, sale su un elce nel giardino della villa, deciso a non mettere più piede a terra.

Calvino non è interessato tanto alla spiegazione che sta dietro questo fatto straordinario quanto al nuovo ordine che esso impone, alla ricostruzione di un equilibrio secondo nuove regole. Il protagonista si distacca volontariamente dal mondo. Il suo è un percorso verticale, che gli permette di essere al tempo stesso presente e distante. La sua scelta non implica infatti la solitudine assoluta, diventa anzi uno strumento per partecipare attivamente alla vita del paese. E se in alcuni frangenti questa condizione può essere percepita come limitante, per la maggior parte del tempo sembra quasi un privilegio. È così che il bosco, luogo simbolo dello smarrimento di sé, diventa per Cosimo lo spazio in cui riconoscersi. Egli è capace di geometrizzare il disegno che i rami e le foglie intrecciano e di distinguere sempre la strada da seguire.

Il barone rampante, insieme a Il visconte dimezzato ed a Il cavaliere inesistente, fa parte di quel filone fantastico-allegorico che Calvino ha sperimentato durante gli anni Cinquanta. I tre protagonisti dovevano rappresentare determinati aspetti della condizione umana. La scelta di Cosimo può in questo senso simboleggiare quella dell’intellettuale che, di fronte al labirintico reale, decide di allontanarsene, senza però rinunciare a conoscerlo e volerlo migliorare. Non bisogna però assolutizzare questa interpretazione. Calvino in questo romanzo lascia come sempre numerosi indizi che, se seguiti, conducono a molteplici richiami letterari e possibili interpretazioni.

Questi percorsi però si dipanano a partire da un elemento centrale immutabile: l’immagine di Cosimo che corre da un ramo all’altro, se da un lato sembra inafferrabile, dall’altro sarà per sempre l’emblema di un atto di volontà estremo. La lucidità con cui sono raccontati gli avvenimenti rafforza la valenza simbolica della presa di posizione di Cosimo. Quello che può inizialmente sembrare un capriccio diventa così l’esempio di una disciplica interiore e di una coerenza rispetto ai propri principi, più forti dei cambiamenti e dei compromessi imposti dalle condizioni personali e da quelle socio-politiche.

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