Se Low era stato il disco della fuga, della catastrofe, della (ricerca di) redenzione, e assieme il ritratto di una musica e di un’epoca che cambiavano, “Heroes” è il disco dei contrasti. Secondo capitolo della “trilogia berlinese” (poi conclusa da Lodger), l’album fu registrato all’Hansa by the Wall, nella capitale tedesca, tra luglio e agosto del ’77, in un clima divertito, persino ilare, con un sottofondo di elettricità dato dalla vicinanza dello studio al Muro. I brani cantati, più strutturati in forma-canzone rispetto a quelli di Low, con l’epica “Heroes” e la chiusura funky di Secret life of Arabia, che spezza la consuetudine inaugurata da Low di un lato B solo strumentale, sono altri fattori che hanno spinto molti a parlare di un album “ottimista”.
Eppure, la musica di “Heroes” è, se possibile, ancor più fredda e cupa di quella del suo predecessore. Beauty and the beast, dissonante, cavernosa, apre le danze all’insegna della ferocia, la stessa che anima Joe the Lion, col riff ipnotico della “new entry” Robert Fripp e il cantato teso, spasmodico, di Bowie. Blackout e Sons of the Silent Age definiscono i contorni di un mondo alienato, avvolto da un sentore di follia, allucinato. Le liriche, per lo più improvvisate, mescolano riferimenti autobiografici (su tutti quelli all’alcool, che nel frattempo aveva sostituito la cocaina tra le dipendenze di Bowie) e ossessioni consuete: il “superuomo” (i «Figli dell’Era Silente» che «sorgono per un anno o due poi fanno una guerra»), il sacrificio estremo per l’arte (“Joe il Leone” è l’artista americano Chris Burden, che nel ’74 si fece inchiodare al tetto di una Volkswagen), la maschera e il “ruolo” (Secret life of Arabia: «Dovete vedere il film / gli occhi pieni di sabbia / Cammino in una canzone deserta / quando l’eroina muore»).
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La stessa “Heroes” racconta di un eroismo quotidiano (ecco perché le virgolette), non immune da debolezze («Tu, tu poi essere meschina / ed io, io berrò tutto il tempo»), di una speranza appesa a un filo in un presente terribile.
“Heroes”, insomma, è un disco contratto, stralunato e sclerotico, proprio come il Bowie in copertina (citazione del Roquairol di Erich Heckel). Il suo cosmopolitismo è sempre venato di conflitto, inquieto: Neuköln immerge in una nebbia “ambientale” un sax che accenna un motivo orientaleggiante (Neukölln è il quartiere arabo-turco di Berlino), mentre in Moss garden il koto deve vedersela con synth che mimano il volo minaccioso di aereoplani.
Completano il quadro la tetra Sense of doubt e V-2 Schneider, una dedica a Ralf Schneider dei Kraftwerk, ennesimi puntelli di un disco imprescindibile, uno «sguardo alla vita di strada» di una Berlino in bilico tra euforia e gelo, tappa di un viaggio artistico tra i più stupefacenti di sempre.
