Una storia di sesso, gelosie, tradimenti: con Interno berlinese (1985), Liliana Cavani torna ad esplorare i confini di una sensualità torbida, inquieta, venata di morte e violenza. La fonte d’ispirazione è il romanzo di Junichiro Tanizaki, La croce buddista (1928, pubblicato in Italia da Guanda), che la regista tuttavia trasporta in una Berlino in pieno furore nazista, riallacciandosi così al precedente Il portiere di notte (1974).
Corre l’anno 1938. Louise von Hollendorf (Dudrun Landgrebe) è la giovane moglie di un alto funzionario del Ministero degli Esteri, Heinz (Kevin McNally). Durante le giornate, Louise frequenta una scuola di disegno, dove conosce Mitsuko (Mio Takaki), figlia dell’ambasciatore giapponese. Tra le due si scatena immediatamente la passione, consumata tra la casa di Louise e uno squallido alberghetto e nascosta dietro mille sotterfugi. Le continue visite di Mitsuko alla fine inducono Heinz al sospetto: affronta la moglie, la quale confessa la tresca, ma decide di tollerare la situazione. Nel frattempo, però, la campagna moralizzatrice del regime si fa sempre più pressante. Proprio a casa di Heinz, il cugino e capo della Gestapo Wolf von Hollendorf (Hanns Zischler), accusa il generale von Heiden (Massimo Girotti) di intrattenere rapporti omosessuali con un giovane pianista. Heinz comprende dunque che la scabrosa relazione della moglie potrebbe compromettere il suo onore e la sua carriera. Le cose precipitano quando Mitsuko seduce anche Heinz e soprattutto instaura una relazione con Joseph Brenno (Andrea Prodan), insegnante presso la scuola di disegno.
Dal triangolo al quadrato, cambia la forma geometrica ma la narrazione si mantiene lenta, assonnata, poco coinvolgente. La Cavani racconta un sesso sancito da patti di sangue, dominato da gelosie, ricatti e sopraffazioni, ma avaro di passione, senza emozione. Lo scandalo, alla lunga, esplode, e si risolve in tragedia: Heinz cerca di organizzare una fuga con entrambe le donne verso Amburgo, ma Mitsuko sostituisce il sonnifero (che usava somministrare ai coniugi per imperdir loro di avere rapporti sessuali) con il veleno, uccidendo Heinz e se stessa, ma salvando Louise. Sarà proprio la donna a raccontare questa complicata vicenda ad uno scrittore antinazista (William Berger), autore di libri sul sesso messi al rogo dal regime nazista. Una conclusione burrascosa, certo, ma che non modifica la sostanza di un film patinato, elegante ma senz’anima, afflitto dalla stessa anedonia che tormenta i suoi personaggi.
