Quintale: un nome piccolo per un disco tanto “pesante”, che seppellisce sotto una colata lavica di elettricità le raffinate trame post-blues dei Bachi-da-Pietra-come-li-conoscevamo-prima. Del resto, come ogni rivoluzione, anche quella compiuta da Giovanni Succi e Bruno Dorella nasce da una serie di accorgimenti “minimi”, novità all’apparenza da poco: un plettro, un charleston, qualche coro, un sax (Arrington de Dionyso degli Old Time Relijun), più un “complice” quale Giulio Ragno Favero de Il Teatro degli Orrori, qui in veste di produttore.
Il risultato è un disco “pieno”. Di suoni, di parole, di musica: Quintale ne è colmo, sino alla saturazione. Non è una questione di effetti speciali, ché qui non ce ne sono: il successore di Quarzo (2010) è stato registrato e mixato interamente in analogico. La sua potenza è dunque naturale, non indotta: è una potenza umana, venata di fragilità, di errori («tu saresti Dio ma ti perdono ho sbagliato anche io», Pensieri parole opere), di meschinità. Tutto Quintale, infatti, si confronta con il tema della grandezza della piccolezza («anche il muschio sogna», Ma anche no), della perfezione dell’imperfezione. È, questo, un disco che s’interroga su se stesso, sulla sua natura: i Bachi assurgono al rango di dèi, creano, e la loro stessa creazione è un Enigma al quale nessuno, neppure gli “addetti ai lavori” (puntualmente enumerati) che gravitano intorno a Dorella e Succi, sa dare una risposta. Del resto, è necessario essere chiari, spiegarsi? Certo no. Anche il «riconoscimento esterno»: che farsene se non si “riconosce” prima se stessi? I soldi? Neanche a parlarne: «i soldi vanno / i versi restano e fanno male» (Brutti versi).
Al fondo, insomma, sono i soliti Bachi: parlano delle paure dell’esserci qui ed ora. Non hanno certezze, non offrono ricette. Il paradosso è che quest’epica della precarietà (esistenziale) è incastonata in un telaio tanto possente. Haiti, Brutti versi e Coleotteri, il trittico di apertura, stordisce subito, in un crescendo di feedback, riffoni truci, shout indemoniati, progressioni metalliche. Pensieri parole opere e Paolo Il Tarlo sanno di bombardamento al Napalm su un tessuto ledzeppeliniano. Io lo vuole e Fessura, invece, “rubano” l’incedere all’hip-hop, mentre Dio del suolo e Ma anche no distendono definitivamente il clima, mostrando una vena emotiva (un po’ Afterhours) ed una struttura “pop” nient’affatto sgradevoli.
«Valgo meno di zero e vincono loro / marcio e perso, insignificante e solo / ma per voi e adesso / sono il dio del suolo», canta Succi. Quintale è un disco bello e (necessariamente) imperfetto: Quintale è un disco vivo.
