David Bowie – Low

“Mutazione” – con Bowie la chiave è tutta lì. Esordio della “trilogia berlinese” (completata da Heroes” e Lodger), Low racconta, per l’ennesima volta, di un uomo e di un artista alla ricerca di un nuovo se stesso, e insieme di una musica e di un’epoca che cambiano, proiettate nel futuro. Innamorato del minimalismo e del krautrock dei Kraftwerk, guidato da Eno e dalle sue “strategie oblique”, Bowie, rifugiatosi a Berlino per sfuggire ai disastri della cocaina e della fama, abbandona il suo “personaggio” (la copertina gioca con “low”, “basso”, e il profilo dell’artista) e ripensa completamente il proprio approccio alla composizione. Asciuga i testi sino all’osso, manipola il suono, scardina il tempo (l’Harmonizer introdotto dal producer Visconti, che varia l’intonazione senza toccare la scansione metrica) e, dai cocci, ri-assembla un’idea nuova di canzone.

Con Low, insomma, Bowie fa un capolavoro di post-rock (non nel senso slintiano del termine, ma in quello più astratto) teso e stranito, in bilico tra autoanalisi e riflessione artistica. Breaking glass è un grumo d’orrore esistenziale, uno spasmo isterico guidato da una batteria pesantissima (il marchio di fabbrica dell’LP). Always crashing in the same car scivola nel torpore dell’autocommiserazione («vado sempre a sbattere contro la stessa macchina»), mentre Sound & vision, pur col suo battito leggero e il testo “sinestesico”, è un mix di paranoia isolazionista e gelo interiore.

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What in the world, un art-pop arrangiato per synth epilettici, chitarre e percussioni distorte (Iggy Pop alle backing vocals), e la più graffiante Be my wife, sono altrettanti manifesti di solitudine “terminale”, sincere invocazioni d’aiuto avvolte, però, in una bruma allucinogena che ne diminuisce l’impatto emotivo, le dissocia.

Accanto ai cinque brani cantati, sei strumentali. Speed of life e A new career in a new town (lato A) riaggiornano il Bowie “glam” al nuovo corso, dominato da iterazioni e sintetizzatori. Ma se nella prima parte del disco (che doveva chiamarsi New music: night & day) il songwriter sceneggia le sue angosce, nella seconda le proietta verso l’esterno: si concentra su Berlino, la sua tragica storia, la sua cultura, e dal confronto ne esce come schiacciato, annichilito. Warszava e Art decade intonano, rispettivamente, un tema funereo e una litania intrisa di decadenza mitteleuropea (guidata dal violoncello di Eduard Meyer). Weeping wall accumula piano, chitarra, xilofoni e vibrafoni secondo un procedimento caro a Philip Glass, mentre Subterraneans è uno struggente omaggio a quanti, dopo la costruzione del Muro, rimasero intrappolati a Berlino Est.

Oltre il rock classico, si diceva prima, ma oltre anche la new-wave (nonostante le innegabili ricadute che ebbe sulla scena): Low vive in un iperuranio tutto suo, un microcosmo in bilico tra crudeltà, bellezza, squallore e redenzione. Un’opera immortale.

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