Capricci di un mondo globalizzato. Un genere inventato dagli statunitensi (il western), viene ripreso da un regista italiano (Sergio Leone) e reinterpretato in modo tanto audace da influenzare le generazioni successive di cineasti, anche americani (Quentin Tarantino, per esempio e per essere banali). Per un pugno di dollari (1964) si era imposto subito come un successo internazionale, aprendo la via al filone dello “spaghetti western”. Per qualche dollaro in più (1965) rincarò la dose, regalando un secondo capitolo della “trilogia del dollaro” (completata, l’anno dopo, da Il buono, il brutto, il cattivo) persino più spietato, cinico.
Stavolta, all’eroe senza nome Clint Eastwood (ribattezzato Il Monco, perché usa la destra solo per sparare) si affianca un colonnello dell’esercito in pensione, Douglas Mortimer (Lee Van Cleef). I due, entrambi cacciatori di taglie, sono sulle tracce dello spietato El Indio (Gian Maria Volonté), fuggito di galera grazie ad una sanguinosa evasione. Il bandito ha intenzione di rapinare la banca di El Paso: al suo interno, infatti, in una cassapanca intagliata da un ex compagno di cella (opportunamente eliminato), si nasconde una cassaforte carica d’oro. Il Monco insegue l’Indio solo ed esclusivamente per denaro; Mortimer, invece, ha una ragione in più, e decisamente personale. Anni addietro, infatti, il bandito, dopo averne ucciso il marito, stuprò la sorella, la quale, sconvolta, si tolse la vita. L’episodio è accennato dal regista attraverso alcuni flashback nel corso della pellicola, ma è solo nel finale che le tessere del mosaico trovano la loro esatta collocazione.
Rispetto a Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più si distingue per un tratto più surreale, per un torpore decadente che circonda, in primis, la figura dell’Indio, dedito al consumo di marijuana. Leone lavora sul tempo filmico, lo dilata a dismisura, scompone i piani della narrazione e adopera in maniera espressiva la colonna sonora di Morricone: il leitmotiv del carillon scandisce, su tutti, il duello finale, con Mortimer e l’Indio a fronteggiarsi e Il Monco a fare da “arbitro”. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Leone con, stavolta, non più Duccio Tessari e Fernando Di Leo ma Luciano Vincenzoni e Sergio Donati, tratteggia i confini di un mondo dominato da efferatezza e crudeltà gratuite, popolato di fenomeni da baraccone (il “monco” Eastwood, il gobbo Wild, alias Klaus Kinski, della banda dell’Indio) mossi da istinti bestiali. La vita di un uomo, in questo West ricostruito tra Cinecittà e la Spagna, vale solo i soldi che puoi spremerci una volta accoppato (il finale, con Eastwood che “conta” i cadaveri). Meno brillante del predecessore, ma comunque affascinante.
