Sebbene realizzato nel 1976, Quinto potere potrebbe trovare una perfetta collocazione ai giorni nostri, data l’attualità del tema: il film di Sidney Lumet si cala nel microcosmo del “quinto potere”, ossia la televisione, analizzando la sua capacità di monopolizzare le menti, tramite messaggi più o meno subliminali.
L’anchorman Howard Beale (interpretato dal premio Oscar Peter Finch) viene licenziato, dopo svariati anni presso un’importante emittente televisiva, poiché il suo programma ha subito un brusco calo d’ascolti. Durante una delle sue ultime apparizioni in tv, egli annuncia il suo imminente suicidio: la sensazionale notizia è destinata ad attirare l’interesse dell’opinione pubblica e, com’è naturale, c’è già chi pensa a come sfruttare l’evento, come l’ambiziosa Diana Christensen, disposta a tutto pur di fare carriera.
Sul potere dei mezzi di comunicazione si è da sempre molto dibattuto: non solo l’influenza della televisione, ma anche della stampa – e, sull’argomento, ricordiamo Quarto potere (1941) di Orson Welles. Quinto potere riflette soprattutto sugli effetti della televisione sulle persone, specialmente sugli addetti ai lavori, pronti a sacrificare gli affetti e ogni forma di dignità umana in nome del palinsesto. Nell’ambito dello spettacolo tutti sono sacrificabili, in particolare chi non porta a casa risultati in termini di audience: il lungometraggio di Lumet è una feroce critica al mondo dei mass media, capace di divulgare e imprimere solo determinati concetti, alterando e omologando le coscienze. Lo stesso monologo «sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più» diventa uno slogan che richiama un gran numero di telespettatori, per cui un attacco diretto al sistema viene assorbito e stravolto con vantaggio dal sistema stesso, senza alcuna ripercussione negativa.
Quinto potere è un film sul buono e cattivo uso dello strumento televisivo. Punto focale della vicenda è la questione etica: in che misura un giornalista funge da filtro delle informazioni che vengono trasmesse? Quanto queste informazioni vengono distorte dalla soggettività del singolo o dalla politica di una specifica istituzione? Da parte sua, cosa può fare lo spettatore per evitare, o quantomeno limitare, le manipolazioni del suo pensiero? Questo perché il problema non riguarda solo il mittente, ma anche il destinatario del messaggio televisivo, e la sua maggiore o minore sensibilità nel farsi condizionare da esso.
