Per un pugno di dollari segna una piccola rivoluzione nella storia del cinema. Sergio Leone, venuto dal peplum (Il colosso di Rodi, 1961), caccia un cappello in testa e un sigaro in bocca ad un oscuro attore di serie tv (Clint Eastwood) e ne fa il campione di un genere nuovo di pistolero, lestissimo, cinico, ironico, violento, provvisto di una moralità tutta sua. Il regista romano (che qui si forma Bob Robertson) pesca da Shakespeare, Omero, dall’Arlecchino di Goldoni, da Kurosawa (il soggetto è “rubato” a La sfida dei samurai, 1961) e imbastisce un un’epopea a-storica, che divelle le coordinate tradizionali del genere, dilata i tempi filmici e propone una nuova e(s)tetica (antiromantica, sadica) della violenza cinematografica.
Senza nome (si presenta come Joe) e senza passato, l’eroe leoniano arriva un bel giorno, a bordo di un somaro, in una città messicana di frontiera, San Miguel. Nella locanda di Silvanito, viene subito a sapere che aria tira: i Rojo, guidati dal temibile Ramón, si contendono il controllo degli affari criminali con i Baxter, e tra le due famiglie non c’è aria di accordo. Lo straniero, allora, opta per il doppio gioco. Adoperando a pretesto l’assalto dei Rojo ad una diligenza governativa carica d’oro, con un inganno aizza l’una contro l’altra le due fazioni. Nello scontro che ne segue, i Rojo catturano il figlio dei Baxter; il pistolero, allora, rapisce la donna di Ramon e la cede alla famiglia rivale, affinché possa adoperarla come moneta di scambio. Che avviene regolarmente, e senza problemi. Ma quando lo straniero, mosso a compassione, libera definitivamente Marisol, riconsegnandola alla famiglia a cui Ramon l’aveva strappata, le cose precipitano. Scoperto, il pistolero viene torturato. Fugge, non prima di aver assistito alla carneficina dei Rojo, che sterminano i Baxter. Quando lo straniero tornerà, sarà per regolare i conti con Ramon e i suoi uomini in un ultimo (e celeberrimo) duello.
L’anonima e polverosa San Miguel è, in realtà, un colossale cimitero a cielo aperto, in cui i cadaveri si accumulano con rapidità impressionante e sin dalle prime battute del film. Il duello, quindi, non è il culmine della storia (come nel western classico), ma un puntello costante, che testimonia di una violenza diffusa, componente naturale di un universo degradato e sanguinario. Leone fa un cinema lento, ossessivo, sinistro, accompagnato dalla musica vibrante di Ennio Morricone e scandito da primissimi piani e dettagli di mani che accarezzano Colt sempre pronte a far fuoco. Sono loro, in definitiva, le vere protagonista di Per un pugno di dollari, prima tappa di una ridefinizione dell’immaginario americano da parte di un cineasta europeo di grande vigore espressivo.
