PJ Harvey – Rid of me

Dolore, sesso, morte, desiderio. Sarcasmo e rabbia. La PJ Harvey degli esordi, scarna, essenziale, tagliente come una lama, si divertiva a sbeffeggiare le ossessioni e gli stereotipi maschili con uno humor che non lasciava scampo. Rid of me, suo secondo lavoro, suona meno ingenuo ed immediato, più elaborato di Dry (1993), ma non per questo meno sincero. È un album raffinato, che trova un punto di intersezione tra la ruvidezza del grunge e l’intensità del blues, uniti sotto la volta di un’elettricità grezza, primitiva, in grado comunque di lasciar intravedere scampoli di melodia.

Con una vocalità intensa, densissima, nel solco di Patti Smith ma molto più “terrena”, Polly Jean intona la supplica rabbiosa della title-track che, proprio in apertura di disco, indulge ad immagini di violenza ed eros, svelando angoscia, solitudine, abbandono. La chitarra, strumento “macho” per eccellenza, è seviziata, nevrotizzata, trattenuta sino all’esplosione del refrain, che tuttavia non conosce reale catarsi, quasi che dalla febbre dell’eros non ci si possa mai mondare del tutto. Man size e Man size sextet prendono di mira i maschietti e la loro ossessione per le “dimensioni”, ma se la prima lo fa battendo i sentieri del rock “duro” (appunto), la seconda sceglie la via di una musica da camera agghiacciante, orchestrata con l’ausilio proprio di un sestetto di archi. Altro nugolo di allusioni sessuali permea Dry («mi lasci all’asciutto» è l’epitaffio), impostata sulla solita alternanza di piano e forte. A dimostrazione di come quella della cantautrice inglese sia una versione più moderna della “musica del diavolo” ci sono 50th feet queenie, Me-Jane ed Ecstasy, quest’ultima con tanto di slide guitar. Hook (arricchita da qualche tocco di organo) esplicita invece le tensioni psichedeliche del disco, mentre Highway ‘61 revisited coverizza Dylan seppellendolo sotto una colata di gain e drumming tribali. Completa il quadro l’incalzante progressione di Yuri-G, che cita l’astronauta Yuri Gagarin e trasfigura l’ossessione per la Luna nell’ennesima esplorazione del desiderio erotico più lacerante.

Registrato dalla Harvey con Steve Vaughan al basso e Rob Ellis (autore anche degli arrangiamenti) alle percussioni, sotto l’egida di Steve Albini (che, poco dopo, sarà chiamato dai Nirvana a produrre In utero), Rid of me è un cazzotto in pieno viso. Un disco asciutto, teso, che segna una tappa importante nella carriera della Harvey, tra le figure-chiave del songwriting femminile (e non solo) degli ultimi vent’anni.

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