Emanuel Carnevali – Ai poeti e altre poesie

«Emanuel Carnevali, morto di fame nelle cucine d’America / sfinito dalla stanchezza nelle sale da pranzo d’America». La bohéme, per quanto (esteticamente) eccitante, esige un tributo altissimo, sempre. Emanuel Carnevali (1897 – 1942) quel dazio lo pagò, e tutto. L’encefalite letargica lo consumò gradualmente, costringendolo nel 1922 al ritorno in patria – lui, emigrato giovanissimo negli USA -, dove terminò i suoi giorni tra la bolognese Villa Baruzziana (immortalata in un bel libricino di memorie, con tutto il suo “corteo di personaggi”) e l’ospedale di Bazzano. 45 anni di vita: pochi forse, ma densissimi, anche se non di produzione letteraria, giacché Emanuel, oltre al succitato libricino, ci ha lasciato solo una splendida autobiografia (Il primo Dio, Adelphi), qualche racconto e una manciata di poesie. Alcune di esse sono contenute in questo Ai poeti, pubblicato da Via del Vento con la curatela e la traduzione di Elio Grasso.

I versi, composti tra il ’18 e il ’31, tradiscono la consueta fame rabbiosa del fiorentino – fame di vita, d’arte, d’amore. La sua è, per l’epoca, una voce nuova, che spezza il grigiore della tradizione e s’impone con forza tra le protagoniste del Modernismo americano. Carnevali si appropria di una lingua che non è la sua e la rinnova, innervando la poesia USA di alcune inedite tensioni europee (Rimbaud, Campana). Eppure, nonostante il ringhio anticonformista, l’ansia febbrile e la presenza ossessiva della morte che li permea, i versi posseggono un loro equilibrio, una loro grazia, come se la poesia ricomponesse, in qualche modo, certe fratture profonde, ammantandole del luccichio di una fragilità che è sinonimo di tutto meno che di debolezza, perché profondamente umana. Se la città è nient’altro che un pugno di «bare d’aria» (Menzogne colorate), l’amore «una corrente impetuosa» che rade al suolo tutto senza pietà (Quando è passato) e la notte nient’affatto il comodo rifugio che si crede («non mi porti riposo, / non pace, / non sonno, / non asilo», da Notte [II]), non resta, per tirare il fiato, che lo spazio tra due versi, forse il solo “posto” confortevole nel mondo. La vita, però, incombe: ad essa non si può rinunciare. «All’inferno i libri – metterò alla prova il mio giovane corpo, / prima che la testa di mi diventi calva», dichiara bellicoso Carnevali in Notte [I].

Dalla sofferenza di un’esistenza che ha continuamente “corteggiato” la morte (Il lago), sono nati quindi questi frutti preziosi: «Ammiro il diavolo perché lascia le cose incompiute / Ammiro Dio perché tutte le completa» (Quasi un Dio). Ed eccola qui una serenità, racchiusa nello spazio di due versi. Immortali.

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