C’è, ne La tristezza degli angeli di Jón Kalman Stefànsson, una sorta di morbidissima dittatura delle parole. Scelte con cura certosina, poste l’una accanto all’altra con un riguardo misterioso ma consapevole, fino a formare frasi a loro volta separate tra loro da virgole fragili e sperdute (esattamente come i due protagonisti), le parole qui si prendono il loro tempo, conquistano il loro spazio, e tu non puoi far altro che stare al loro gioco, sintonizzandoti con esse, col loro incedere pigro, il loro retrogusto malinconico. Le parole sono importanti qui, tanto per Stefànsson che per il suo protagonista, un ragazzo (già al centro del precedente Paradiso e inferno) che, pagina dopo pagina, attraverso di esse cerca il senso della sua giovane età – di più, della vita, della morte e dell’amore. Il suo compagno d’avventure, invece, un ragazzo non lo è più da tempo, e anche con le parole (sarà un caso?) di dimestichezza non ne ha. Jens, all’apparenza, è come le rocce di quelle montagne che, impegnati nell’impresa di recapitare la posta nei villaggi sperduti del profondissimo nord, i due si troveranno ad affrontare: imponente, massiccio, sordo ad ogni cosa che non sia la mera legge naturale. Ma come la proverbiale goccia con la pietra, anche le parole del ragazzo faranno breccia nel cuore di Jens, costringendolo ad affrontare quelle paure, quelle fragilità, che reca chiuse dentro di sé.
Questa di Stefànsson è una storia d’altri tempi, piena di richiami ancestrali, e come tutte le leggende ha una sua indifferenza quasi innocente. Le parole guariscono, ma uccidono anche: proprio quando non vorresti, quando non potresti, possono indurti a mettere un piede in fallo, ed ogni sforzo compiuto sino a quel momento finisce vanificato, sfuma in un nulla che ha il sapore di un sonno agognato. Ancora di più, insomma, l’epilogo tragico di questa storia ambientata tra i ghiacci ventosi d’Islanda conferma come siano le parole, in realtà, le vere protagoniste: non semplicemente corollario narrativo della vita, ma vita essa stessa, impalcatura che, quando non perfettamente bilanciata (troppe parole e inopportune sono come il silenzio più arido), cede senza preavviso.
Stefànsson quell’equilibro lo insegue testardamente e, malgrado lungo il percorso le insidie non manchino, riesce ad arrivare al traguardo sano e salvo. «Essere un uomo è sapere dove si va e non perdersi in troppe parole»: se così è, allora l’autore islandese la sua maturità l’ha conquistata definitivamente.




