Alberto Moravia – La noia

Dino ha da sempre sofferto di noia. Sa definirla («la noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità alla realtà»), ne sospetta l’origine (il denaro), ne cerca il rimedio, lasciando la casa della ricca madre e andando a vivere in uno studio in cui inizia a dipingere. Quella di Dino però è una condizione esistenziale da cui sembra impossibile uscire. Egli è relegato ai margini di una realtà muta e sfuggevole; scappa dal materno ambiente borghese, senza riuscire a purificarsi dall’arida logica del possesso che lo domina.

Una volta abbandonata l’arte, il sesso ed il denaro rimangono gli unici strumenti per entrare in contatto con il mondo. Almeno fino all’incontro con Cecilia, una modella dallo sguardo «senza innocenza, indefinibilmente distante, indiretto e incerto», arrendevole e inafferrabile quanto la vita stessa. Il sospetto di un tradimento fa sprofondare Dino in una spirale di lucida follia. Ha il disperato bisogno di averla, di dominarla, vuole svalutarla per poterla afferrare, per imprigionarla negli odiati ma inevitabili schemi borghesi. L’ossessione per il possesso diventa ossessione per l’oggetto desiderato, ed è evidente che se quest’ultimo non fa che sfuggire il circolo vizioso rischia di chiudersi tragicamente.

Moravia racconta la storia di un’incomunicabilità, quella tra il soggetto e l’oggettività del mondo. L’estraneità diventa la condizione prevalente, l’unica possibile. Non c’è più spazio per l’espressione artistica, per l’amore, per il dialogo, per l’autenticità in una società completamente dominata dai rapporti d’interesse. Dino non è che uno dei tanti possibili rappresentanti di quell’ambiente borghese in crisi e privo di valori, descritto e criticato consapevolmente proprio da chi, come lo scrittore, ci è nato.

La noia è un romanzo perfettamente misurato. Il realismo di alcune scene accompagna le lucide riflessioni del protagonista, esaltando per contrasto il sostrato più interiore ed esistenziale della vicenda. Il distacco dal mondo che Dino cerca di sanare è lo stesso che si crea tra il lettore e il romanzo. Non c’è possibilità di dialogo, è il monologo di chi non cerca risposte ma ha bisogno di convalidare una tesi. È un libro che si sente innanzitutto con la testa; arrivati alla fine, però, il marcio e l’impotenza bruciano fin dentro lo stomaco.

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