Uli Edel – Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

Piscia e merda dappertutto, basta dare un’occhiata in giro. Da lontano fa un grande effetto, sembra tutto nuovo con i prati ben curati ed i negozi pieni di roba, ma se entri nei portoni c’è una puzza, specialmente per le scale. […] Abito qui da quando avevo sei anni con mia madre, mia sorella ed il gatto, e non ne posso più di questa casa.

Comincia così Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, con il volto smunto di Christiane F. in primissimo piano e la sua voce che racconta uno degli scenari (il quartiere-dormitorio di Gropiusstadt) in cui si consuma un’esistenza spinta allo stato più basso, fino a sfiorare e quasi a toccare la morte.

La sua è una storia vera: il film di Ulrich Edel trae ispirazione dall’omonimo libro, pubblicato nel 1978 (in Italia da BUR), in cui due giornalisti del settimanale «Stern», Kai Hermann e Horst Rieck, raccoglievano le testimonianze di vita di Christiane Vera Felscherinow, tossicodipendente arrestata per detenzione e spaccio di stupefacenti (condannata, poi, ad una multa di 3000 marchi). All’epoca del racconto, la ragazza ha tredici anni. In fuga da un contesto familiare disastrato (i genitori sono separati, la sorella minaccia di andare a vivere col padre e la madre frequenta un altro uomo), Christiane intreccia una relazione con Detlef, giovane tossicodipendente conosciuto al Sound (la «discoteca più moderna d’Europa», come recita il claim). Da lì comincia la sua discesa nel tunnel dell’eroina: la “prima volta” è nei bagni pubblici della stazione di Zoologischer Garten, il giorno del suo quattordicesimo compleanno. Tra prostituzione per pagarsi le dosi, crescenti crisi d’astinenza e amici che muoiono uno dopo l’altro, si consuma il calvario della ragazza: ne uscirà dopo una prima (e fallimentare) disintossicazione casalinga e un tentato suicidio. A raccontarlo, sul finale del film, è la stessa Christine: «pensare a Detlef mi mette paura – confessa la voce fuori campo -, però ci penso spesso. Vorrei dargli un po’ della mia forza per aiutarlo, ma sono io la prima ad avere bisogno di forza».

Questo di Edel è un film crudo, freddo e pungente come un ago che s’infila in un braccio, come quell’euforia che lo stantuffo della siringa diffonde nelle vene, necessaria per stare al mondo, ma che dura poco, sostituita dallo squallore, dalla decadenza, dalla morte. Sulle note di Sense of doubt di Bowie (che fa anche una comparsata nei panni di se stesso), la pellicola ci trascina in una Berlino Ovest triste e buia, il corpo dolorante, segnato, spossato, gettato nell’angolo di un bagno pubblico a morire con un buco in più, e gli occhi pieni di terrore.

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