Massimiliano Santarossa – Viaggio nella notte

La provincia estremamente degradata di un futuro non troppo lontano, capannoni e fabbriche, cemento, una vita che è fatta solo di lavoro sfruttato, faticoso, umiliante. Questo è lo scenario tetro e disperato di Viaggio nella notte, romanzo di Massimiliano Santarossa pubblicato per Hacca. Tanto tetro e disperato è il contesto in cui il personaggio del libro si aggira che non sembra esserci via di fuga se non quella della morte autoimposta.

Viaggio nella notte è proprio questo, il racconto disarmante di una giornata, l’ultima, prima che si compia l’atto estremo del suicidio. Perché non c’è soluzione alternativa, secondo la voce narrante del libro, ad un destino di miseria e di assoggettamento: quando il grigiore ti divora, il padrone ti possiede, il sistema ti inghiotte in un turbinio di monotonia, togliersi la vita è un gesto di ribellione, significa sottrarre il proprio corpo dal gorgo che muove la macchina del potere.

Questa di Massimiliano Santarossa è di certo un’opera finalizzata alla denuncia e risulterà chiaro che il panorama dipinto è ben lungi dall’essere estraneo alla nostra società: una società in cui il potere (finanziario globale, politico, chiamiamolo come ci pare) gestisce e reprime la vita dei singoli, aliena l’essere umano dai propri diritti, costringe i figli a scontare le stesse pene dei padri. Dall’aria tossica respirata durante il lavoro (e come non pensare al caso attualissimo dell’Ilva di Taranto), fino agli asettici luoghi di produzione che l’autore descrive come grandi balene che inghiottono i corpi ancora densi di vita degli operai, utilizzando un pregnante riferimento letterario al mostro melvilliano: tutto è fatiscente.

Ma certi espedienti utilizzati sono triti e scaduti: come quello dell’invettiva contro un dio forse inesistente, ma – se c’è – maligno; oppure quella del rimpianto nei confronti di una vita nella natura archetipica e selvaggia. E soprattutto, quella di Viaggio nella notte è una denuncia che, nella sua cronica assenza di speranza, ha il sapore della resa. Forse oggi, con i tempi che corrono, sarebbe il caso di recuperare il valore utopico (etimologicamente “non luogo”, creazione di scenari alternativi) ed immaginifico della letteratura, invece che spingere il lettore a chinare il capo e a staccare la spina della vitalità rimasta.

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