Martin Scorsese – Quei bravi ragazzi

Il delitto paga bene (1986) è il titolo del romanzo di Nicholas Pileggi da cui è tratto Quei bravi ragazzi (Goodfellas, 1990) di Martin Scorsese. La trama si concentra sulla carriera criminale dell’italo-irlandese Henry Hill, interpretato da Ray Liotta. Il film penetra nella quotidianità dei “bravi ragazzi”, descrivendone le abitudini, le relazioni con le loro famiglie, con gli altri membri del gruppo e della malavita organizzata.

È nota la sincera ammirazione di Scorsese per Roberto Rossellini, grande maestro del Neorealismo italiano: pur discostandosi nelle tematiche e nello stile, è impossibile non riconoscere in Quei bravi ragazzi una certa fedeltà al reale, tipicamente neorealista, in cui fatti, persone e cose vengono presentati in modo rigoroso e distaccato. Scorsese non spiega, non giustifica e nemmeno condanna il percorso dei suoi anti-eroi: si limita a tracciarlo in maniera oggettiva, quasi scientifica. Non ci sono celebrazioni per i “goodfellas” – al contrario di quanto accade ne Il padrino di Coppola –, imprigionati in una routine in cui i rapporti umani sono precari, compromessi, inquinati da interessi privati. I caratteri si esibiscono in tutta la loro mediocrità, incapaci di individuare una propria dimensione fuori dalla violenza, che diventa l’unico mezzo con cui riescono a esprimere se stessi.

Quei bravi ragazzi è una pietra miliare del cinema gangster, uno dei migliori lavori del regista italo-americano. La pellicola gode di un cast eccezionale in cui spicca, nei panni di Tommy DeVito, un bravissimo Joe Pesci, premiato con l’Oscar come «miglior attore non protagonista» per la sua magistrale performance. Non è da meno Robert De Niro, alias Jimmy Conway, nome fittizio di Jimmy Burke, ideatore nel 1978 di una rapina alla sede della Lufthansa al JFK di New York, colpo che fruttò un bottino di cinque milioni di dollari – l’episodio trova spazio anche nel film. In seguito Burke, contrario a spartire il malloppo con i suoi soci, li fece fuori quasi tutti.

Quei bravi ragazzi si configura come una riflessione antropologica che ritrae l’esistenza di tutti i giorni quasi fosse qualcosa di epico, memorabile, nonostante non lo sia veramente: alla fine i soggetti non concludono niente di così eclatante, sono delle nullità pur senza rendersene appieno conto. Ma la loro inettitudine è talmente palese sotto gli occhi di tutti, che è impossibile non fissarla e ricordarla. È emblematica l’ultima battuta di Henry Hill: «Vivrò tutta la mia vita come uno stronzo qualsiasi». Quasi non lo fosse, in realtà, sempre stato.

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