Massimo Gramellini

Diventare uomo imparando ad amare: Massimo Gramellini si racconta

Quello che sconvolge in positivo di Massimo Gramellini è la sua semplicità, il suo dare del tu alla vita. Quando si racconta, quando ci racconta, quando risponde a delle domande personali dando del tu anche a chi gliele pone. Quella che leggerete di seguito è un’intervista, ma forse è più appropriato dire una chiacchierata, con l’autore del libro più venduto dell’anno, Fai bei sogni. Dagli inizi come giornalista sportivo fino all’esperienza a Sarajevo, durante la guerra dei Balcani, gli eventi della vita l’hanno portato ad essere, oggi, il vicedirettore del quotidiano «La Stampa», dalla cui prima pagina ogni mattina dà il buongiorno ai lettori con dei “mini-editoriali” che sono diventati ormai un cult: piccole perle di ironia, ottimo giornalismo e capacità di analisi sulla realtà che ci circonda. Nel 2010 esce per Longanesi il suo primo romanzo, L’ultima riga delle favole, e quest’anno, per l’appunto, Fai bei sogni, un grande successo che ha appassionato i lettori, che hanno stabilito un rapporto empatico con l’autore. Una storia con cui Gramellini ci insegna ad affrontare il dolore. Ecco una sbirciata nel suo mondo, tra giornalismo, letteratura, e tanta voglia di amare.

Ammetto che non è per niente facile provare a domandare qualcosa all’autore del libro più venduto dell’anno. Per cui, per togliermi dall’imbarazzo, partirò con una domanda banale: ma ti aspettavi tutto questo successo? E qual è stata secondo te la chiave per arrivare al cuore della gente?

Direi che il tema della mamma è stato sicuramente un tema che ha toccato e tocca una corda che appartiene un po’ a tutti. Ma la chiave, forse, è stata da un lato la sincerità, il mettersi in gioco in prima persona (d’altronde non potevo fare altro dopo l’uscita di una notizia su una pagina di un giornale in cui c’era il mio nome), e dall’altra parte un tentativo di dare una risposta a delle domande sul passato. Una cosa che tutti noi facciamo, ma a volte alcuni hanno paura delle risposte.

Io ho definito Fai bei sogni il “libro di tutti”, uno di quei libri, insomma, che funzionano un po’ da specchio per chi li legge: ognuno riesce a vederci dentro qualcosa, di se stesso e del mondo. Il tuo libro parla di un sacco di cose: amore, dolore, morte, rinascita. Quanto è stata importante l’autobiografia, il raccontare a te stesso la tua storia, per rimettere insieme i pezzi di un puzzle, quello del tuo passato, che sembrava molto complesso? Com’è vedersi dal di fuori per chi scrive la “sua storia”?

Questa non è propriamente un’autobiografia, perché qui ci si riferisce ad un evento singolo della mia vita, o meglio ho messo insieme i fatti che ruotavano attorno a questo evento. Però questo raccontarsi la propria storia aiuta sicuramente ad affrontare gli eventi che si sono vissuti. È chiaro che il personaggio principale sono io, ma pian piano sentivo che il protagonista si allontanava da me e diventava un’entità a sé, e ogni lettore ci vedeva quello che voleva, come se stesse diventando di tutti.

A proposito di dolore: tu sei stato inviato nel 1993 a Sarajevo, durante la guerra dei Balcani. Che tipo di esperienza è stata, a livello giornalistico e personale, che tipo di dolore si tocca in guerra, e cosa rimane negli occhi di giorni come quelli?

Non sono mai stato un corrispondente di guerra, ma i fatti della vita mi hanno portato a vivere un’esperienza in cui il fronte di guerra era la città in sé, la guerra era dentro la città. È stato forse uno degli ultimi eventi in cui i giornalisti hanno rischiato veramente la pelle. Ora ai reporter non è più permesso muoversi così liberamente. Ho visto gente cadere per terra a pochi metri da me. Un’esperienza forte, di quelle che ti cambiano la vita e ti costringono a fare i conti con le cose serie: vivere o morire.

Sono dell’idea che l’avanzare della tecnologia e l’aumento delle informazioni a nostra disposizione abbiano contribuito a mettere un po’ da parte il reportage, genere che fondeva letteratura e giornalismo. Cosa ne pensi? Non trovi che si sia un po’ persa la qualità dell’informazione?

Non c’è dubbio che l’autenticità è quello che il lettore cerca da scrittori e giornalisti: la realtà insomma. La sola finzione porta solamente a dei cliché e il lettore lo sente, se ne accorge. Come nella prima parte del mio libro, in cui al bambino viene detto dalla donna di servizio: «io non posso amarti, non posso essere la tua mamma, non riesco a volerti bene». Quando in casa editrice hanno letto questa scena hanno detto: «è troppo, non è credibile che una donna dica così». Ma in fin dei conti io ho vissuto questo, e la gente ha capito che erano emozioni vere, non sono state create a tavolino. Perché avrei dovuto tacerle? La realtà paga sempre.

Tu hai raccontato una storia molto semplice in fondo, piena di tenerezza e dolore, sincera ma molto semplice. A mio avviso oggi nel mondo letterario si fatica a costruire libri partendo da storie semplici, come se gli autori pensassero che per avere successo si debbano raccontare vicende complicate, fatte di strutture narrative a volte ingarbugliate nelle quali poi il lettore perde le coordinate. Ecco, non pensi che la semplicità invece ripaghi maggiormente? Che si debba un po’ riscoprire come una qualità forte per uno scrittore?

Non riesco a darti giudizi, anche per non lodarmi da solo. La semplicità e la leggerezza sono qualità importanti, e non vogliono dire, per forza, banalità e superficialità. Spesso le cose più leggere e semplici sono anche le più profonde. Certamente, come ti dicevo, anche nella struttura del mio libro ha funzionato così, perché la gente poi ha capito che il libro era reale. Anche se devo ammettere che qualche critica mi è arrivata proprio per la semplicità della struttura. Di sicuro però non ho usato altri filtri letterari. A liceo mi dicevano che scrivevo troppo come un giornalista! Questo è un libro empatico, e proprio questo è stato il successo.

Leggevo una tua intervista in cui affermavi che del momento storico che stiamo vivendo non ti fa tanto paura la crisi economica quanto quella “psicologica” che ne deriva. Ti chiedo due cose. La prima, molto banalmente: quanto siamo vittime della crisi e quanto, invece, la crisi trova terreno fertile in un Paese che sembra un po’ appassito, soprattutto culturalmente? La seconda: abbiamo davvero gli strumenti per ripartire? Da cosa dobbiamo ricostruire?

È sicuramente anche colpa nostra, di colpevoli ce ne sono moltissimi e sarebbe facile trovarli. Ma noi nelle scelte quotidiane abbiamo rinunciato ad essere noi stessi, metterci in discussione e ascoltare noi stessi. Crisi e sofferenze sono né dei mali né dei beni. Possono essere usate per scappare dal mondo o per affrontare noi stessi e conoscersi. La crisi è un esempio di sofferenza che va affrontata senza dare colpe a terzi. Si possono scoprire qualità che pensavamo di non avere. Non esiste il bene o il male in assoluto, tutto dipende da come si reagisce a queste cose. Nel mio romanzo la morte di mia madre è stato un male, ma senza quel male il mio libro non sarebbe mai nato. Pensa poi a quante persone ha fatto bene una storia così dura? Non mi perderei dietro a queste cose e cercherei sempre di trovare ogni giorno degli obiettivi, Oggi la gente è disperata, non formula sogni né obiettivi. Bisogna oliare questa molla che si è innescata, dare entusiasmo e spiritualità, che non vuol dire per forza religiosità. Oggi si tende a confondere le due cose. Si consegnano tutti i temi dello spirito alle religioni, ma non è così. La vita ha un senso anche senza una religione, perché la religiosità è nello spirito e nella coscienza di ognuno di noi.

Dopo il successo dei romanzi, Massimo Gramellini si sente più giornalista o più scrittore? O entrambe le cose? Sono due linguaggi che possono convivere? Se si, in che modo?

Il lavoro di giornalista è il mio impegno più grande, considerando anche il fatto che scrivo sulla prima pagina di un grande giornale e la mia immagine pubblica è quella di giornalista. Sta crescendo però anche l’immagine di scrittore, soprattutto per il pubblico femminile o per un pubblico più sensibile. Credo di essere comunque un giornalista che sta andando verso il ruolo di scrittore.

Nella recensione al tuo libro ho scritto che questa non è la storia di chi ha paura di morire ma di chi ha paura di vivere. È un po’ come se ad un certo punto guardassi in faccia il tuo dolore ed iniziassi a prenderlo per mano, camminando insieme ma lasciandolo sempre un passo indietro. Che sguardo ha il dolore per te oggi? E com’è adesso fare la tua strada con la consapevolezza di questo nuovo “io” che è rinato dentro di te?

Il dolore è occasione e opportunità. Al dolore bisogna dargli addosso. Scappando non si va da nessuna parte. Bisogna avere la capacità di soffrire. La corda della sofferenza è la stessa dell’amore: se la tagli per non soffrire scoprirai di non poter più amare.

Sembra esserci una continuità straordinaria tra i tuoi due libri, come se dopo la favola, dopo l’ultima riga della favola scritta, iniziassero i bei sogni. Adesso, dopo aver sognato, nel prossimo libro cosa dobbiamo aspettarci?

Nei titoli si, in realtà nel contenuto un po’ meno. Questo è un libro che racconta una vita vera, l’altro è un linguaggio più simbolico. Questo libro è il libro di tutti, forse l’altro era più per i giovani. Perché Fai bei sogni, come hai detto tu, funziona proprio da specchio. Il prossimo libro arriverà solamente dopo aver letto tutte le lettere che mi sono arrivate in questi mesi. Ma ci penserò l’anno prossimo.

E se io adesso aprissi il tuo cassetto… quali sono i bei sogni che ci troverei dentro?

Tanti! Professionalmente vorrei scrivere una favola, un po’ come Il piccolo principe. Ma per realizzare sogni così serve tanta bravura e forse una dote naturale particolare. Ora voglio imparare ad amare di più. La felicità pensavo consistesse nell’essere amato, ma ogni volta di più, soprattutto dopo aver scritto il libro, ora mi accorgo che non bastava questo per essere felice. La mia felicità è amare gli altri, più dell’essere amato. Questo mi rende felice e mi ha fatto fare un salto di qualità. Mi ha fatto diventare adulto, e forse uomo.

Donato Bevilacqua

diDonato Bevilacqua

Proprietario e Direttore editoriale de La Bottega di Hamlin, lettore per passione e per scelta. Dopo una Laurea in Comunicazione Multimediale e un Master in Progettazione ed Organizzazione di eventi culturali, negli ultimi anni ho collaborato con importanti società di informazione e promozione del territorio. Mi occupo di redazione, contenuti e progettazione per Enti, Associazioni ed Organizzazioni, e svolgo attività di Content Manager.