Paolo Cognetti

Sofia si veste sempre di nero: intervista a Paolo Cognetti

Autore di documentari, sceneggiatore, montatore di cortometraggi, scrittore. Prima ancora, alpinista e matematico. Recentemente, anche cuoco. Il vissuto di Paolo Cognetti è senza dubbio ricco di esperienze, a cui aggiungiamo anche quella di blogger: provate a fare un giro nella sua pagina «Capitano mio Capitano». Il titolo è emblematico: sembra, infatti, che Cognetti decida di fare lo scrittore nel 1992 dopo la proiezione, in un cinema parrocchiale, de L’attimo fuggente. Nel 1997 avviene l’incontro con Raymond Carver e la successiva passione per la letteratura americana. Nel 2004 pubblica Manuale per ragazze di successo e nel 2007 Una cosa piccola che sta per esplodere, entrambi editi da Minimum Fax. A settembre di quest’anno esce il romanzo Sofia si veste sempre di nero. E a proposito di questo libro, abbiamo deciso di fare una bella chiacchierata con questo giovane – ma già affermato – autore: abbiamo parlato di Sofia, di letteratura, dei suoi progetti futuri e gli abbiamo pure chiesto qualche consiglio per gli aspiranti scrittori…

Parliamo un po’ di Sofia. Anzi, parliamo di Sofia e di Paolo: quanto c’è di te in questo personaggio?

Di me in Sofia c’è il nero che la insegue: sono io quello ossessionato dalla fine delle cose. Pretendo di fare tutto e subito con le persone, perché non so se la settimana prossima sarò ancora vivo, e mi arrabbio come un bambino se una ragazza mi chiede di portare pazienza, aspettare, darle tempo ché tanto non muore nessuno. Invece sì che moriamo tutti! E una parte di Sofia è quello che vorrei essere: una persona capace di dire no, di ribellarsi apertamente e gettare in faccia agli altri la propria libertà, io che invece sono un ribelle codardo, il tipico secondogenito che disobbedisce di nascosto. Poi ci sono un po’ di ragazze che ho amato e amo: nelle ginocchia nodose, negli occhi strabici, nelle vene dei piedi, nella magrezza ossuta, nelle sigarette compulsive, nel rito del bagno serale. E infine c’è una donna che devo ancora conoscere, di cui mi innamorerò per sempre: Sofia è (anche) la mia ragazza immaginaria.

Curiosando nel tuo profilo, saltano subito all’occhio le tue due grandi passioni: la montagna e la letteratura americana. Riguardo alla seconda, hai citato Hemingway, Salinger, Anne Tyler e Melissa Bank. Cos’hai mutuato di preciso da questi autori? Qualche idea in particolare, la struttura narrativa dei testi, oppure il modo di caratterizzare i personaggi?

Costruendo Sofia ho pensato soprattutto a Salinger e al personaggio di Seymour Glass. Compare per la prima volta in uno dei Nove racconti, Un giorno perfetto per i pescibanana: Seymour va al mare con la moglie, in spiaggia parla con una bambina, poi torna in camera e si spara un colpo in testa. Di per sé si tratta di un racconto bellissimo e compiuto, e immagino che quando Salinger l’ha scritto non prevedesse che sarebbe stato l’inizio di una saga. Perché poi ha continuato a lavorare intorno a quell’episodio per anni: con Alzate l’architrave carpentieri, con Seymour, introduzione, con Franny e Zooey e probabilmente con altri racconti e romanzi che non abbiamo ancora letto. Come se quel suicidio avesse scatenato tutte le altre storie, il bisogno stesso di raccontarle, come le onde propagate in tutte le direzioni da un sasso caduto nell’acqua, avanti e indietro nello spazio e nel tempo. Il mio sasso è una domanda: chi è Sofia? Per rispondere ho dovuto anch’io cercare in tutte le direzioni, andare a vedere che cosa faceva suo padre nel 1975, come sta sua madre dopo che lei è scappata di casa, chi era l’infermiera che l’ha aiutata a venire al mondo o il ragazzo che si innamora di lei a 27 anni. Sofia è la causa o l’effetto di queste storie, del mio stesso bisogno di scriverle. Alla fine della saga della famiglia Glass (benché non credo che sia finita) abbiamo la sensazione che il personaggio più sfuggente, quello che abbiamo capito meno, sia proprio Seymour, e qualcuno dice così anche di Sofia. Perciò è una critica che mi va bene, ho girato a lungo attorno al centro ma forse il centro non l’ho mai toccato, il mio lavoro ha un senso anche così. Come potremmo definirlo, “orbitale”?

 

E di Esther stories? Affermi che si tratta di un capolavoro “misteriosamente” solo per te, eppure ti ha colpito a tal punto da leggerlo e in qualche modo “utilizzarlo” per il tuo romanzo…

Sì perché Esther stories è un libro che ha venduto pochissimo, è andato perfino fuori catalogo adesso, e uno dei motivi del suo insuccesso è che fu progettato da Peter Orner in un modo davvero autolesionistico: due raccolte di racconti e due romanzi di racconti messi tutti insieme nello stesso volume. Ma se di quei quattro libri autonomi prendi proprio quello del titolo, Le storie di Esther [pubblicato da Minimum Fax, N.d.R.], scoprirai da dove viene Sofia. Ho spudoratamente, vergognosamente copiato da Orner. L’avevo già fatto prima con un racconto, Tutte le cose che non so di lei, e Sofia è nata dal desiderio di estendere quella narrazione a un livello più ampio.

 

Questa è, se non sbaglio, la tua prima esperienza come romanziere: prima hai pubblicato delle raccolte di racconti Manuale per ragazze di successo e Una cosa piccola che sta per esplodere. A prima vista, Sofia si veste sempre di nero sembra discostarsi solo in parte dal tuo abituale percorso di scrittore, perché comunque stiamo parlando di una serie di racconti che potrebbero tranquillamente sussistere per conto proprio. Però, il fatto di inserirli in un “disegno più grande”, costituisce sicuramente una novità, una evoluzione del tuo genere di scrittura. Pensi di replicare l’esperienza? Magari con un romanzo in cui i capitoli non siano racconti autonomi, ma strutturati secondo un modello più “classico”, secondo una successione deterministica?

Sì, per me è stata un’evoluzione coerente col mio percorso di scrittore. Ho cominciato con racconti abbastanza brevi, tutti scritti in prima persona, come cercando delle voci, e imitando smaccatamente i miei modelli americani. Nel secondo libro i racconti sono diventati più lunghi, ho scoperto la terza persona e il passato remoto, ma soprattutto il lavoro di scavo dentro al personaggio che è un lavoro delicato, difficile, che mi piace moltissimo. Poi con Sofia ho preso quelle cose che mi pareva di avere imparato per costruire la mia ragazza immaginaria e la sua storia. Non penso che scriverò mai un romanzo classico, se per classico intendiamo organizzato secondo un tempo lineare, su una struttura narrativa convenzionale. E amo troppo la forma racconto, e mi sento nel pieno di una ricerca su questa forma, per abbandonarla. Mi sento come uno che esplora un bosco e scopre un po’ alla volta quali sono i suoi sentieri. Il racconto è uno dei miei sentieri, l’organizzazione del tempo un altro: credo proprio che continuerò a percorrerli per un po’.

Qual è stato il riscontro da parte del pubblico? Le recensioni che leggo sono molto entusiastiche. Qualche critica? Ti è capitato in questi mesi di riprendere il tuo libro e, magari, pensare che qualcosa poteva essere fatto, scritto, concepito diversamente?

Sì, sto ricevendo belle parole da parte di tante persone e soprattutto un mare di affetto. Il che mi fa pensare in questi giorni che il mestiere di scrittore sia bellissimo, mentre di solito sono convinto che sia orribile. La critica ricorrente è quella che dicevo prima: ma alla fine di tutto questo casino dov’è Sofia? Ma come ho detto, è una critica che mi va bene perché sento che coglie a suo modo un aspetto importante del libro. Ci ho lavorato per quasi cinque anni e non cambierei niente se non l’aggettivo “spoglia” a pagina 10, perché quello giusto era “brulla” ma l’ho masochisticamente cambiato nell’ultima revisione, senza accorgermi che a pagina 11 c’è di nuovo un altro “spogli” e ora questa ripetizione mi pare intollerabile, mi sveglio la notte pensandoci. Qualcos’altro poteva essere scritto intorno a Sofia, e infatti lo sto scrivendo, lo scriverò. A volte mi viene in mente un pezzo della sua vita e lo scrivo, non so poi dove andranno a finire queste cose.

Da scrittore, cosa consiglieresti a un ragazzo che vuole intraprendere questa professione? Esistono ancora dei canali validi che premiano la bravura, oppure fenomeni come quello dell’editoria a pagamento stanno davvero comportando un importante crollo qualitativo nel settore dell’editoria italiana?

Intanto, non è una professione! Pubblicando narrativa non si guadagna quasi niente ed è meglio che uno lo sappia subito: bisogna avere un altro lavoro. Io per esempio negli ultimi tempi ho fatto il cuoco. Poi: leggere moltissimo. Sembra incredibile ma è pieno di gente che produce pile di manoscritti e non legge un libro, gli citi titoli e autori ed editori e non sanno nemmeno chi sono. E poi scrivere, scrivere, scrivere, trovare piccoli editori belli che pubblicano cose che ti piacciono, provarci con loro, e dopo che ti hanno rifiutato buttare via le cose vecchie e scriverne di nuove e riprovarci. Servono una disciplina d’acciaio e una determinazione feroce all’inizio. Solo dopo due o tre libri puoi rilassarti e cominciare a vivere da bohémien (senza soldi)… Non credo proprio che nell’editoria italiana ci sia un crollo qualitativo, sono decenni che si sente questa storia ma i libri belli continuano a essere scritti e pubblicati. Finché ci sono quelli l’editoria ha senso di esistere, tanto a buttare la spazzatura ci pensa il tempo.