Jens Lekman – I know what love isn’t

C’è qualcosa di assolutamente giusto nell’ascoltare quest’ultimo disco di Jens Lekman in un’uggiosa giornata d’inizio settembre. Quando si parla di amori finiti e cuori infranti, di solitudine, di abbandono, lo scenario più confacente non è quello di una spiaggia tropicale, quanto piuttosto un paesaggio post-temporale, grigio ma non opprimente, fresco ma non gelido, malinconico ma senza depressione.

Lontano dal sound lo-fi di When I said I wanted to be your dog (2004) o dal gusto barocco di Night falls over Kortedala (2007), I know what love isn’t sceglie una strada più sofisticata e minimale. Le radici sono sempre quelle (Burt Bacharach, Stephin Merritt, Scott Walker, Brian Wilson, Belle and Sebastian) ma la pianta è meno frondosa, più liscia la superficie del tronco, più definiti i contorni delle foglie. L’esigenza era quella di dare voce alla parte più profonda di sé dopo un periodo difficile (la rottura di una relazione, la malattia, il blocco creativo), puntando sulla leggerezza. Tuttavia, persino quando sembra lanciarsi in imitazioni di Chris Rea (l’intro di Erica America), Lekman si conferma autore di sostanza, in grado di nobilitare il pop anche nella sua dimensione più lounge ed easy listening. Gli arrangiamenti, con chitarre, sax, flauti e pianoforti, trasudano armonie jazz e richiami esotici, facendo leva su certi cliché un po’ Prefab Sprout e Everything but the Girl, ma conferendogli nuova linfa. Il clima arioso di Become someone else’s non deve ingannare: la tristezza è lì, tra le pieghe, in un bilanciamento miracoloso di dolce-amaro. Idem per Some dandruff on your shoulder, la quale, a proposito di equilibrismi, intreccia Bacarach, Morrissey e disco-music con una naturalezza impressionante. Il fantasma dell’ex Smiths aleggia anche su The end of the world is bigger than love, mentre la sei corde acustica e le orchestrazioni della title-track posseggono la timida grazia di Stuart Murdoch. Su poli contrapposti si collocano da un lato I want a pair of cowboy boots e Every little hair knows your name (country la prima, folk con testo “biologico” la seconda), praticamente per sola chitarra e voce, e dall’altro la lussureggiante The world moves on, un groviglio a dire il vero un po’ confuso di calypso, funk, jazz e quant’altro.

Ad I know what love isn’t manca giusto un tanto così per eguagliare il capolavoro When I said I wanted to be your dog – questione di forza d’urto, di “aura”. È comunque un colpo indovinato, un brillante saggio di pop purissimo, di cantautorato romantico ed insieme anti-retorico come non ne capitano molti.

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