T. C. Boyle – Il ragazzo selvaggio

Una sera d’autunno nel 1797, alcuni cacciatori ritrovano un ragazzo nudo e sporco in una foresta del Sud della Francia. Trascinato da un orfanotrofio a un salotto, e ridotto ben presto a un fenomeno da baraccone, “il Selvaggio” non parla, agisce d’istinto, non sa distinguere il bene dal male: abbandonato da tutti, diventa oggetto di studio da parte del dottor Itard, specializzato nel trattamento dei ragazzi sordomuti. Ribattezzato Victor, il giovane intraprenderà un lungo percorso volto a estirpare la sua natura animale e a trasformarlo in un essere civilizzato.

In questo intenso romanzo, T. C. Boyle rivisita il caso di Victor dell’Aveyron, trasposto cinematograficamente nel 1970 da François Truffaut ne L’enfant sauvage. Sono fatti realmente accaduti: il soggetto del film è tratto da un memoriale trascritto proprio dal dottor Itard, figura storicamente esistita, considerato il padre della pedagogia speciale, disciplina che studia da vicino le disabilità e le metodologie da applicare nei casi di ragazzi con problemi di natura genetica o funzionale, in cui lo sviluppo e i processi educativi seguono fasi diverse rispetto a quelle di un “normodotato”.

Le fonti a cui Boyle si ispira sono The wild boy of Aveyron di Harlan Lane e The forbidden experiment di Roger Shattuck: con uno stile di scrittura fluido e coinvolgente, l’autore ci trasporta nel mondo e nella quotidianità di Victor, il precursore del Mowgli di Kipling, un’autentica sfida al secolo dei Lumi. I toni del romanzo sono pessimisti, dal momento che Boyle sottolinea l’assoluta incapacità del protagonista di adattarsi ad un ambiente che gli è estraneo, oltre che l’impossibilità da parte del medico di trasformarlo in un animale sociale, dotato di raziocinio, dopo tanti anni vissuti in isolamento. Un libro che sottolinea i molteplici aspetti negativi del progresso e della società “normale” ed evoluta, di cui il Selvaggio è una sfortunata vittima.