La psichedelia, quella più chiassosa, kitsch, visionaria al limite del parossismo, eppure irridente, auto-parodistica. I Flaming Lips non hanno mai conosciuto le mezze misure. Tutta la loro carriera, iniziata nel 1986 con Here it is, è stata incentrata sullo sfregio infantile, sull’urlo assurdista, sul bric à brac eccessivo. A Wayne Coyne si possono imputare tante cose, certo non quella di averci fatto annoiare: trent’anni di carriera e mai un album veramente brutto, neppure una release fuori posto in un corpus discografico tutto teso a saggiare i confini della forma-canzone, e in cui Heady fwends s’inserisce occupando uno dei primi posti.
Registrato tra il 2011 e il 2012 e pubblicato per la prima volta, in edizione limitata in vinile, in occasione del Record Store Day dello scorso 21 aprile, questo party selvaggio a base di tanti ed illustri ospiti esemplifica pregi e difetti dei Flaming Lips più recenti. Con tratto grossolano, malfermo, Coyne dà vita ad una serie di schegge sonore che la produzione, ruvida e sgraziata, cuce insieme perfettamente, in un crescendo di droni, loop, riverberi ed effetti d’ogni sorta che saturano ogni spazio. Spalmato per quasi settanta minuti di durata, lo spettro di citazioni è sterminato: si passa dal garage-funk spaziale di 2012 (sorprendente ospitata di Ke$ha) al blues-rock andato a male di That ain’t my trip (ft. di Jim James dei My Morning Jacket), dalla malinconica marcia bowiana di Ashes in the air (ospite Bon Iver) ai deliri Plastic Ono Band (l’immarcescibile Yoko) di Do it!. Il minestrone è servito con inappuntabile sagacia, al punto tale che anche episodi in fondo fragilini (la cantilenante Children of the moon con i Tame Impala, o la veemente You, man? Human???, intonata da Nick Cave) trovano una loro ragion d’essere nel semplice fatto di far parte di un ordito più ampio. Ecco, in Heady fwends ogni passaggio è legato all’altro da un senso di necessità: solo così la Roberta Flack di The first time ever I saw your face, coverizzata con la complicità di Erykah Badu (10 minuti di epica maestosità), può stare accanto senza imbarazzi alla pinkfloydiana I’m working at NASA on acid (comparsata di Lighting Bolt) o al trip-hop noir di Is David Bowie dying?, architettato assieme all’“ipnagogico” Neon Indian.
Che in corso ci sia una specie di demistificazione del pop lo conferma esplicitamente I dont’want you to die, tenera elegia tra Mark Linkous e John Lennon, il cui testo (intonato da Chris Martin) cita per l’appunto Imagine. “Totentanz” clownesca, spassosa, ma condotta con solita padronanza, la danza dei Flaming Lips conquista e invoglia, figlia di un immaginario variopinto che il brutale cinismo dei nostri tempi non può scalfire.
N.b.: quella recensita qui è la versione in vinile del disco. Nell’edizione digitale, il brano con Chris Martin non compare. Al suo posto, Teased and macered, eseguita con Aaron Behrens dei Ghostland Observatory.
