Port St. Willow – Holiday

C’è così tanta carne al fuoco in questo Holiday che ad avvicinarsi si rischia quasi di rimanerne scottati. «Una lettera d’amore per nessuno. La presa di coscienza di una fine e di un risveglio del proprio sé»: così le note stampa a proposito dell’album, e francamente ci pare una descrizione più che appropriata. Nick Principe, lungo un percorso fatto di undici tappe, racconta di legami familiari, scava nella sua interiorità, muovendosi sul filo dei ricordi ma senza precipitare nel baratro della nostalgia, anzi riaffermando con forza l’importanza dell’hic et nunc, dell’esserci “nonostante”. Nonostante la sofferenza, il dolore, le contraddizioni. Scarne e passionali al tempo stesso, quelle di Principe sono ballate che affondano con morbidezza e insieme vigore nelle carni del tempo, aprendo squarci, bagliori di lucentezza che stoppano sul nascere i rimpianti. Beat sintetici, droni, chitarre e tastiere intessono partiture che sublimano la malinconia in estasi. Un unico flusso sonoro ingloba l’r’n’b rallentato e diluito di Amawalk, lo slowcore di Corners, la progressione di accordi rarefatta di Five five two five, gli spunti etno di Tourist e il crescendo catartico di Consumed. Dentro ci senti fiati, sei corde sporche, pulsazioni militaresche, droni, sample; folk, ambient, soul e post-rock. Detto altrimenti, Bon Iver, Sigur Rós e Antlers, con un pizzico di Radiohead e Jeff Buckley a rendere ancor più saporita la pietanza. Riferimenti importanti, certo, che Principe tuttavia maneggia con abilità, senza farsi risucchiare nella trappola del citazionismo fine a se stesso. I pattern essenziali delle tracce restituiscono l’immagine dell’onestà, del rifiuto di corazze ed alibi, anche musicali: non c’è nessun timore, qui, di calare l’avanguardia al livello del pop (o viceversa) e farli interagire. In fondo, che male c’è a mescolare minimalismo, noise e George Michael (il falsetto di Principe)? Se la vita è un viaggio è il nostro bagaglio è ciò che siamo, che senso ha rinnegare se stessi, nascondersi dietro un dito?


Quella che anima Holiday è una sorta di spiritualità laica, una fede umanistica in cui Io è la sillaba fondamentale. Nessun retaggio hippie, sia chiaro: solo la consapevolezza di un percorso il cui baricentro non può che essere la propria coscienza. Un vento freddo si insinua tra le macerie dei ricordi (Put the armor on the mantle), ma anche quando il dolore rischia di avere la meglio (Orphan), mandando tutto in corto, un pensiero salva dalla rovina. Caso o necessità non ha importanza: respirare ancora, quello sì che conta.

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