Fosse un film, Heaven dei Walkmen sarebbe certamente qualcosa come Scappo dalla città. Registrato nei boschi di Seattle, nello studio di Phil Ek (produttore dei Fleet Foxes, cui hanno fatto da supporto nell’ultimo tour), il settimo album dei newyorkesi stupisce infatti per un approccio delicato, a tratti persino intimista, lontano insomma dalle nevrosi della nu new-wave che ne aveva contrassegnato gli esordi. Hamilton Leithauser e i suoi, stavolta, hanno messo in secondo piano le chitarre distorte à la Velvet Underground per concentrarsi su una dimensione più umile, che contamina il tipico indie-sound della Grande Mela post-2000 (leggi Strokes) con il folk ancestrale della band di Robin Pecknold (incluso nei credits del disco, assieme al sodale Morgan Henderson e a Simon Raymonde dei Cocteau Twins).
Nelle mani di un gruppo qualsiasi, un album così sarebbe degenerato in un banale esercizio di stile, in una dimostrazione di eclettismo fine a se stessa. I Walkmen, tuttavia, non sono un gruppo qualsiasi: tra le realtà emerse nella East Coast nel nuovo millennio rappresentano uno dei frutti di maggior pregio, sebbene forse non abbiano raccolto quanto meritino. In tal senso, non ha certo giovato il rapido (ed effimero) successo di Strokes e Interpol. Ma tant’è: a parlare per loro ci pensano i dischi e Heaven è tra i loro migliori. Certo, la nenia folkie di We can’t be beat, posta proprio in apertura di scaletta, disorienta, e non poco. Arpeggio acustico, melodia malinconica, coretti stile Fleet Foxes: tutto fa pensare che, per qualche strano errore, il commesso del negozio di dischi vi abbia consegnato l’album sbagliato. Ma non c’è nessun errore e se prestate attenzione, tra le pieghe delle impennate estatiche che contrassegnano il pezzo riuscirete a scorgere lo stesso quintetto di Everyone who pretended to like me is gone (2002), Bows and arrows (2004) e A houndred miles off (2007). L’indolenza snob di Casablancas & co. rivive nelle sfumature calypso di Love is luck, con Heartbreaker a rincarare la dose a suon di Lou Reed e Arcade Fire. Una leggerezza pop che non è mai superficialità impedisce al combo di prendersi troppo sul serio e, al tempo stesso, di destrutturare i generi, proponendo interessanti rivisitazioni degli anni ’50 (la orbisoniana No one ever sleep), mix di indie-rock e folk (Song for Leigh, che potrebbe essere uscita dalla penna di Stephin Merritt), esperimenti in chiave blues (lo strumentale con sovratoni spiritual di Jerry jr.’s tune) ed esotismi latin (la già citata Love is luck e Dreamboat). Su tanta grazia melodico-armonica si stende il registro roco di Leithauser, che sovente ammicca a Bono senza caricaturarlo e anzi mantenedosi sufficientemente elastico, così da poter affrontare in modo convincente tanto le frizzanti e wave-oriented Heaven e Nightingales che le più dimesse Southern heart (scarna e pensosa) e Line by line (dilatata ed orchestrale), due perfetti esempi delle contaminazioni folk che innervano il full-lenght.
Heaven segna dunque una svolta nel canzoniere dei Walkmen. Smussati gli spigoli e rimpolpata la vena cantautorale, l’opera del quintetto newyorkese ci regala una manciata di gioiellini pop-rock, sufficientemente radiofonici da poter essere apprezzati dagli ascoltatori più distratti ma ugualmente articolati, in modo da non scontentare le orecchie più esigenti. Un piccolo miracolo di grazia ed equilibrismo.
