«Potrete ingannare tutti per un po‘, potrete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre»: questo celebre aforisma di Abraham Lincoln sembra adattarsi alla perfezione al caso dei The Gossip. Nel 2006, con il terzo album, Standing in the way of control, il trio americano composto da Beth Ditto (voce), Nathan “Brace Paine” (chitarra, basso) e Hannah Billie (batteria), approfittando del revival new-wave in corso, gettò parecchio fumo negli occhi di critica e pubblico, puntando su un mix nevrotico di disco, funk e post-punk il quale aveva senza dubbio nell’energica title-track il suo momento più riuscito. Lanciata l’esca, la stampa abboccò in fretta: la formazione di Searcy, Arkansas, fu bollata come una delle novità assolute degli ultimi anni e la Ditto, riot-girl lesbica ed obesa, divenne rapidamente un’icona “indie”. La scalata delle charts completò l’opera.
Peccato, però, che dietro la superficie luccicante ci fosse ben poca sostanza. Divertenti erano divertenti, i The Gossip, ma profondi mai, neppure per sbaglio – figurarsi originali. Abbiamo usato il verbo al passato, e non è un caso. Perché A joyful noise fuga definitivamente ogni possibile dubbio e mostra tutta la reale (in)consistenza del trio. Qui, sintetizzatori e ritmi ballabili prendono il sopravvento sulle chitarre e i retaggi rock post-‘77, nel tentativo di spostare ancor di più rispetto al predecessore (l’anonimo Music for men del 2009) l’asse verso un dance-pop dai pesanti influssi Eighties. Il risultato è un’opera fiacca, noiosa, prevedibile come poche cose ascoltate nel corso di questo 2012.
Melody emergency trasmette tutto meno che un senso d’urgenza artistico-espressiva: è semmai un’imbarazzante rilettura di Madonna a base di bassi profondi e intrecci tra sei corde e keyboard, senza neppure l’attenuante di un refrain catchy. E a Miss Ciccone guardano anche Move in the right direction, Into the wilds e Horns, accozzaglie di cliché da dancehall che testimoniano di una resa incondizionata al music-business. Lo scenario è desolante: Get lost recupera addirittura la peggiore disco anni ’90, mentre Casualties of war annoia con una ballad electro dalle solite, scontate venature soul. Dal canto loro, Involved, I won’t play, Perfect world e Love in a foreign place ci provano ad aggiungere un pizzico di veemenza, ma falliscono clamorosamente, a causa di quella debolezza strutturale che percorre tutto l’album e che neppure la produzione riesce a mascherare. Anzi: Brian Higghins (Pet Shop Boys, Kylie Minogue) plastifica tutto senza ritegno, inviluppando anche quel briciolo di energia i The Gossip avevano lasciato trapelare di tanto in tanto agli esordi. Che niente funzioni in A joyful noise lo dimostra anche la performance della Ditto, incolore ai limiti dell’impersonalità.
Un buco nell’acqua, insomma, che presumibilmente segna il tramonto di una band la quale, in fondo, non ha mai avuto nulla da dire.
