«Papà, papà, ho trovato qualcosa per tutti i decenni del ventesimo secolo!» esclama Oskar Schell prima di poggiare un sasso sul tavolo di casa. «Ahahahahah, tu spacchi!» fa il padre. Questa è la cifra stilistica più bella del film tratto dall’omonimo ed incantevole romanzo di Jonathan Safran Foer (edito in Italia da Guanda). La vicenda prende le mosse dalla prematura scomparsa di un padre di famiglia esemplare, morto nell’attentato alle Torri Gemelle, e si sviluppa via via attraverso i «flussi di coscienza» del suo enfant prodige, inventore, apprendista pacifista, disegnatore di gioielli e molto altro ancora, Oskar, il quale, zaino in spalla e mappa di New York appesa al collo, si mette sulle tracce di quella che considera l’eredità emotiva lasciatagli dal padre.
Una chiave, scovata per caso nell’armadio del defunto a un anno di distanza dal «giorno più brutto», innescherà una ricerca di senso e di elaborazione del lutto, che assumerà la fattezza di una serratura da rintracciare nella metropoli secondo metodi e meccanismi di ragionamento già collaudati nelle geniali sessioni di gioco che i due amavano condividere. Il riferimento è alle battaglie di ossimori, ma anche e soprattutto alla cosiddetta «spedizione esplorativa», ovvero la ricerca di un sesto distretto newyorkese presumibilmente esistito e mai più rinvenuto, sulle cui tracce Oskar era messo dal padre, il quale voleva così aprirlo al mondo e alla sua risorsa più bella: la varietà.
Lo sforzo di fedeltà dello sceneggiatore Eric Roth ai dialoghi del romanzo non sempre risulta una scelta felicissima, soprattutto per via delle progressive «rivelazioni» distribuite secondo logiche più funzionali al genere letterario. Ma se c’è un merito che va all’operazione del regista Stephen Daldry, è sicuramente la sua capacità di trasfigurare una tragedia collettiva attraverso il linguaggio della vita di tutti i giorni. Che è poi quello che in un certo senso l’Italia del cinema difficilmente è stata in grado di fare, soprattutto se in ballo c’erano i tempi bui della nostra storia (si consideri un caso per tutti con l’ultimo di Daniele Vicari). Il film vanta fra i suoi punti di forza i rudimentali «oggetti della memoria» di cui è costellato tutto il racconto, l’ironia con cui il bambino affronta più o meno consapevolmente le fobie e le ansie sociali di cui è affetto (gira per la città con un tamburello sonante, unico oggetto in grado di farlo restare calmo), e il rapporto tenero che si instaura fra lui ed il roommate della nonna, muto per scelta.
Un film che commuove, fa ridere e sorridere, emoziona, che alterna dramma e leggerezza e fa guardare alla Storia attraverso gli occhi di un protagonista dalla dolcezza quasi concreta, da toccare con mano.
