Avendo letto e apprezzato sia Muori per me (Leggere Editore, 2010), sia Grida per me (Leggere Editore, 2011), rispettivamente primo e secondo capitolo della trilogia “Daniel Vartanian” della scrittrice statunitense Karen Rose, certo non potevo perdermi il terzo e ultimo capitolo, Uccidi per me, pubblicato di recente dalla stessa casa editrice.
L’attesa non è stata vana, e la Rose non ha deluso le aspettative dei suoi fans, soprattutto quelli tradizionalmente votati al thriller: infatti, pur appartenendo anche questo romanzo a quel genere ibrido recentemente denominato “romantic suspance” – un mix cioè tra passione, romanticismo, azione e mistero – l’autrice ha deciso di marginalizzare ulteriormente la componente romantica per concentrarsi su intrighi originali, a tratti agghiaccianti, la cui evoluzione nell’impianto narrativo si caratterizza per i continui colpi di scena, quasi uno per ogni fine capitolo, come nella migliore tradizione giallistica, così che il lettore non può fare a meno di leggere oltre.
Anche in Uccidi per me, come nei capitoli precedenti, è presente una buona dose di sensualità; una terza, nuova coppia delizierà i lettori più romantici con una liaison affatto scontata, ma l’amore resterà sempre sullo sfondo: quello che conta sono sentimenti come il rancore, l’odio, la vendetta e una malvagità che vince finanche il tempo, trasmettendosi di generazione in generazione fino all’inevitabile resa dei conti.
È questa una delle caratteristiche principali non solo di questo romanzo, ma dell’intera trilogia: la continua alternanza tra passato e presente permette alla Rose di imbastire una trama organica e credibile, dalle diramazioni impensabili; l’odio, in questa saga, è un seme che se trova terreno fertile germoglia e prolifica per generazioni, facendo vittime innocenti e creando sempre nuovi carnefici.
È proprio su questa specie di ciclicità del male che punta l’autrice per destabilizzare il lettore con storie completamente nuove di libro in libro. Ci riesce in maniera magistrale, perché pur conservando un filo conduttore ben saldo che le lega le une alle altre in un rapporto d’implicita consequenzialità, le vicende narrate in ciascun romanzo sono storie autoconclusive, con una propria intrinseca morale e significati nascosti che si sommano fino a formare l’agghiacciante verità finale.
Alla base del trittico c’è dunque un disegno preciso e ambizioso che si dispiega perfettamente capitolo dopo capitolo. Karen Rose, conosciuta in tutto il mondo quasi esclusivamente per i suoi romance, dimostra così tutta la sua versatilità: a tratti l’impianto narrativo ricorda il primo Stieg Larsson, il migliore, quello di Uomini che odiano le donne, a tratti sembra di leggere una Patricia Cornwell un po’ meno descrittiva ma d’eguale effetto, soprattutto nelle scene che ricordando un po’ il genere “medical thriller”. Contaminato da più suggestioni letterarie, Muori per me è il capitolo più lungo della trilogia ma anche quello che si legge più velocemente, complice una scrittura scevra d’ogni inutile orpello. Del resto il romanzo inizia col botto, entrando nel vivo fin da subito: Monica, sedici anni appena compiuti, fugge di casa per incontrare un uomo conosciuto in una chat; non sa che ad aspettarla c’è il peggiore degli incubi… Sei mesi dopo, a Duttun, la cittadina della famiglia Vartanian, in un casolare abbandonato vengono ritrovati i cadaveri di cinque ragazzine orrendamente mutilate, più una sesta, ancora viva, in coma. A indagare su quello che ha tutta l’aria d’essere un giro di prostituzione minorile, c’è il detective Luke Papadopoulos, migliore amico di Daniel Vartanian, costretto in ospedale per le ferite riportate nella sparatoria che aveva concluso il romanzo precedente.
L’uomo – come anche il lettore –, crede di essere ormai preparato a ogni genere di crimine, anche il più efferato, ma ben presto dovrà ricredersi, perché se la crudeltà umana non ha limiti, in questo romanzo a tratti si ha l’impressione che anche quei limiti vengano superati.




