Natasha Walter

Natasha Walter e “il ritorno del sessismo”

Il nome di Natasha Walter, scrittrice, giornalista e attivista inglese nata nel 1967 e formatasi a Harvard, solo qualche mese fa in Italia era sconosciuto ai più.

Questo fino a quando la Ghena, giovane e rampante casa editrice che per prima in Italia si è proposta ai lettori con un punto di vista “di genere”, non ha tradotto e pubblicato Bambole viventi. Il ritorno del sessismo (Living Dolls. The Return of Sexism), un saggio limpido, di forte impatto, che osserva la realtà sociale contemporanea per ciò che è e non per ciò che appare, sollevando veli di menzogna, ipocrisia e strategico moralismo.

Natasha Walter ha iniziato la sua carriera di giornalista scrivendo per “Vogue”, per poi passare a “The Independent” e “The Guardian”. I suoi scritti appaiono regolarmente su “Newsnight Review” della BBC2 e su “Front Row” di Radio 4. Ha fondato e diretto l’associazione “Women for Refugee Women” ed è l’autrice di The New Feminism del 1998, cui l’anno successivo è seguito On the Move: feminism for a new generation. Living Dolls è stato pubblicato nel 2009 dalla Virago Press.

Di seguito, il risultato della nostra chiacchierata.

Pur essendo scritto ispirandosi alla società in cui vivi, quella inglese, Bambole viventi è un saggio attuale e applicabile anche alla società italiana o a quella americana, e più in generale a tutte le società occidentali. Questa allarmante uniformità secondo te lascia spazio a delle differenziazioni? Oppure le donne inglesi, come le italiane, hanno ormai tutte quante le stesse problematiche?

Non sono un’esperta della società italiana, ma mi sembra abbastanza evidente che le donne stiano affrontando gli stessi problemi in tutto il mondo occidentale. Ci stiamo tutti scontrando con il fatto che la crescente trasformazione delle donne in oggetti sessuali rende difficile una genuina parità con gli uomini. Non credo che qualche donna italiana negherebbe che questo è un problema anche nel suo Paese.

Due tue illustri colleghe americane, Naomi Wolf e Ariel Levy, sostengono che non basti una semplice presa di coscienza per correggere modi di pensare e agire ormai radicati in profondità nella mentalità femminile: anche secondo te è così? Se sì, in quale modo una madre consapevole potrebbe proteggere sua figlia dal bombardamento mediatico d’immagini di nudo e dalla mentalità fuorviante del percepire se stessa come una bambola?

Sono d’accordo che consapevolezza da sola non sia sufficiente a cambiare le cose, ma rimane comunque il punto di partenza fondamentale. Ecco perché ho scritto questo libro: per accrescere la consapevolezza. Ma sono attiva anche in altri modi.

Per quanto riguarda la necessità di aiutare la nostre figlie a resistere al sessismo crescente della società, non voglio che si pensi che io sappia esattamente come una madre femminista agirebbe, perché ovviamente affronto i problemi come ogni altra madre. Ma sento che, come madri, è necessario pensare a noi stesse come permissive piuttosto che censori, perciò preferisco individuare modelli positivi o eroine per mia figlia, e cercare di mostrarle come valutare la forza e l’articolazione in se stessa e nelle altre donne, piuttosto che provare a zittire l’influenza del mondo esterno.

 

Per quanto riguarda gli uomini, secondo te davvero preferiscono davvero la donna-bambola, oppure anch’essi hanno desideri, ruoli e comportamenti non spontanei, bensì indotti dal contesto sociale in cui vivono?

Non direi che tutti gli uomini preferiscono la donna-bambola. Ma credo che gli uomini incoraggino ciascun altro a credere che la donna-bambola sia la più desiderabile. E troppe donne credono che solo sposando questa concezione della donna-bambola gli uomini possano trovarle attraenti, il che ovviamente è una sciocchezza. E sì, certamente, credo che gli uomini avvertano la pressione di questa cultura sessista proprio come le donne, ed è molto triste per gli uomini essere stretti da stereotipi maschili, così come è molto triste per le donne essere confinate entro stereotipi iperfemminili.

Del libro, mi hanno molto colpita le storie vere delle donne con cui ti sei confrontata, ex spogliarelliste o prostitute. Emerge chiaro il rapporto insano che queste donne instaurano con gli uomini, di cui sono ormai incapaci di fidarsi, ma il loro rapporto con le altre donne qual è? Esiste una solidarietà tra donne, oppure dominano rivalità e diffidenza?

Non voglio generalizzare sul tema delle relazione che le lavoratrici del sesso che ho intervistato hanno con altre donne. Alcune di loro sembrano aver ricevuto grande supporto da altre donne, soprattutto quando hanno deciso di lasciare il loro lavoro nel mondo del sesso. Nel complesso, non credo che le donne siano meno solidali tra loro rispetto agli uomini. Credo che il problema sia che, dal momento che le donne hanno meno potere rispetto agli uomini, quelle che vogliono essere potenti spesso sentono di dover operare in un mondo di uomini e voltano le spalle alla solidarietà femminile. Personalmente, sono stata estremamente fortunata, sia professionalmente che personalmente, nell’aver ricevuto supporto e “sorellanza” dalle altre donne, comprese le mie editrici, Virago negli USA e Ghena in Italia.

Fatema Mernissi, nel suo saggio L’harem e l’Occidente, sosteneva che la taglia 42 (ma oggi più che altro la 38) fosse il burqa delle donne occidentali: si tratta un paragone calzante? Davvero la condanna a una bellezza e una giovinezza plastificata, sempre più uniformata, può essere paragonata all’obbligo di portare il burqa?

Questo paragone tra l’ideale ipersessuale occidentale e il velo è spesso fatto. Tuttavia, ho viaggiato in Paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita e ho visto come il velo, in quelle terre, è imposto da governi autocratici, il che è molto diverso dal consenso sociale che guida il nostro mito di bellezza. Deve essere concettualizzato in modo differente e, se deve essere combattuto, resisterà con mezzi differenti.

Sentendo parlare di femminismo, moltissima gente storce il naso, soprattutto tra le donne. Perché accade questo secondo te? Forse il femminismo non è più “di moda”, oppure le donne sono davvero convinte di aver raggiunto l’agognata parità tra i sessi?

Sì, credo che le giovani donne pensino (erroneamente) che ora abbiamo raggiunto la parità e che non ci sia più bisogno di femminismo. Tuttiavia, da quando il mio libro è stato pubblicato in Inghilterra, due anni fa (e anche grazie alle opera di Kat Banyard e Caitlin Moran), c’è stata una crescita del dibattito sul perché il femminismo sia ancora necessario e anche un aumento del confronto politico e popolare, il che ha consentito a molte persone di capire perché dobbiamo ancora lavorare per raggiungere una società più equa.