Slash – Apocalyptic love

Passa il tempo, ma certi personaggi sembrano destinati a rimanere, nel bene o nel male, quasi immutabili. Uno come Slash, ad esempio, pare essere rimasto quello di sempre: il muro di amplificatori Marshall, il suono inconfondibile della Gibson Les Paul, il cilindro nero calato sugli occhi e l’aria di chi è riusciuto a asopravvivere ad un mare di cattive abitudini che rischiavano di consegnarlo alla storia come l’ennessima icona del rock stroncata dai suoi stessi demoni. E non importa che la personalità sia sempre stata superiore alle doti di chitarrista: pur non essendo particolarmente raffinati, i fraseggi alle sei corde di Saul Hudson (questo il vero nome del musicista, nato in Inghilterra quarantasette primavere fa) hanno comunque lasciato un segno indelebile nella scena hard-rock degli ultimi 25 anni. Non ci dilungheremo sulle gesta dei Guns N’ Roses – i concerti, gli album, il successo planetario e infine il rovinoso declino: meglio concentrarsi sul nostro eroe, il quale, già a metà degli anni ’90, operava lontano da Axl Rose con i sottovalutati Slash’s Snakepit (due i full-lenght, It’s five o’ clock somewhere e Ain’t life grand, da riscoprire), per poi lanciarsi, con il nuovo millennio, nell’avventura Velvet Revolver (Contraband era un buon disco).

Apocalyptic love segue di due anni l’omonimo debutto solista, un LP che, salvo qualche momento davvero rilevante (come il brillante duetto con Andrew Stockdale dei Wolfmother in By the sword), s’era rivelato pasticciato e confuso, penalizzato anche dall’eccessiva quantità di ospiti coinvolti. Non a caso, per la nuova release Slash ha puntato su un unico singer, Myles Kennedy (in prestito dagli Alter Bridge), lavorando sulle tracce fino ad ottenere un sound più omogeneo.

L’ossatura delle tredici composizioni di Apocalyptic love è indubbiamente hard-rock, ma l’impatto complessivo è ammorbidito da un approccio melodico. Un assaggio l’aveva fornito il primo singolo, Lies, dall’airplay estremamente radiofonico: buon pezzo, con un refrain avvolgente, ma niente di sconvolgente. Più intrigante è Hard & fast, con il riff che suona come un bell’incrocio tra ZZ Top, Motörhead e Saxon. Ottime anche il glam di Halo (con un ritornello stentoreo che rimanda agli Slade dell’epoca d’oro), la title-track (sorretta da un wah-wah che sarebbe piaciuto a Ron Asheton), Not for me (una ballata di grande atmosfera) e la rozza Shots fired, hard-rock tutto sangue e sudore. Peccato che non tutto funzioni come dovrebbe. In alcuni frangenti le canzoni rivelano dinamiche eccessivamente prevedibili, peccando di banalità, come nel caso di One last thrill (modesta incursione punk che, nelle intenzioni, forse doveva omaggiare UK Subs e The Clash), No more heroes (un miscuglio incomprensibile di pop e hard-rock) o Far and away, pedante e zuccherosa come solo i Nickelback peggiori. D’altronde, se le canzoni possono anche risultare non sempre inappuntabili, Apocalyptic love ha comunque una sua forza trainante, che risiede in quell’attitudine “raw” che la produzione Eric Valentine esalta alla perfezione.

Una nota a margine merita la performance di Kennedy, vocalist dotato di una buona espressività ma dallo stile forse troppo pulito, al punto tale da risultare talvolta fuori luogo tra le progressioni rocciose di Slash e i ritmi pesanti dettati da Todd Kerns (basso) e Brent Fitz (batteria).

In definitiva, Apocalyptic love celebra, al di là di certe note leggermente stonate, la ritrovata ispirazione del chitarrista. I segni della ripresa sono talmente evidenti che, tutto sommato, consentono persino di chiudere un occhio su qualche strafalcione. Per gli amanti dell’hard-rock classico, un acquisto caldamente consigliato.

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