Marilyn Manson – Born villain

“Nato cattivo”, recita il titolo del nuovo album di Marilyn Manson. Ma c’è da credergli? Certo no. Abile a manipolare i mass media e a giocare con prose truculente e provocatorie, Brian Warner, più che l’Anticristo, è “il mostro sotto il letto”, una sorta di spauracchio infantile, buono per spaventare solo i creduloni. Dalla musica ai testi, passando per make-up, costumi e scenografie, il suo è banale revisionismo glam e shock-rock anni ’70, per altro palesemente in affanno nelle ultime prove (i “cantautorali” Eat me drink me e The high end of low).

Born villain non è l’uscita dal tunnel, malgrado un po’ di verve in più. Qui più che altrove, Brian spinge sul pedale della dark-wave, con oscure e martellanti linee di basso a percorrere tutto il disco. Fantasmi di Bauhaus e soprattutto Sisters of Mercy affiorano in No reflection (in cui riecheggiano anche i Joy Division di A means to an end), The gardener e The flowers of evil (praticamente un remake di Lucretia my reflection). Nessuna svolta, sia chiaro: Born villain alla fine si accontenta di speculare sul sound classico di Manson. Ci sono il glam (Slo-mo-tion), il metal (Lay down your goddamn arms, con efficace riff sludge), l’industrial virato NIN (Murderers are getting prettier every day, Pistol whipped) e l’immancabile omaggio a Bowie (Children of cain), oltre ad un paio di numeri che potrebbero essere outtake di uno dei suoi dischi del periodo d’oro (Overneath the path of misery, Hey, cruel world, Disengaged). Il tono confessionale e sofferto delle ultime fatiche è recuperato da Breaking the same old ground, mentre la bonus-track You’re so vain è una cover di un classico di Carly Simon, incisa con il contributo di Johnny Depp alla chitarra e alla batteria.

Inutile girarci intorno: la principale qualità dei pezzi è la loro incredibile ruffianeria, quell’immediatezza quasi pop che ha da sempre reso avverso il Reverendo ai puristi del metal. In Born villian c’è tutto quello che un fan può chiedere al suo idolo: chitarroni brucianti, elettronica sporca, gemiti psicopatici, liriche malsane e quant’altro costituisce la cassetta degli attrezzi di Manson da vent’anni a questa parte. Il punto, però, è che l’indubitabile sagacia della costruzione non riesce ad evitare lo spiacevole effetto di déjà vu: il rocker di Canton, Ohio, ha finito la benzina ed ora, come un bravo intrattenitore di quello show-biz che ama mettere alla berlina ma col quale, in fondo, ha sempre flirtato, s’accontenta di vivacchiare su qualche effetto speciale. Di poco conto, per giunta.

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