Mark Lanegan Band – Blues funeral

Per descrivere Blues funeral, settimo lavoro solista di Mark Lanegan, è opportuno partire “in medias res”, precisamente da Ode to sad disco, posta per l’appunto a metà album, nel tentativo, forse, di minimizzarne l’impatto. Tentativo fallito, perché sentire l’ex Screaming Trees alle prese con un mix di kraut ed electro-pop anni ’80 non è cosa che capiti di frequente. Peraltro, il pezzo cita espressamente, sin dal titolo, la Sad disco di Keli Holdversson, scritta per la soundtrack di Pusher II, secondo capitolo della trilogia-cult di Nicholas Winding Refn (il regista di Drive), cosa che accresce ulteriormente la sorpresa. Il brano in questione, però, non suona come un caso isolato: tutto l’LP è intriso di loop, drum machine, sintetizzatori. Lanegan, insomma, sembra aver messo definitivamente da parte quell’impasto scarnificato di country, folk e blues che fece grandi Sleeping with the ghosts (1994) e Scraps at midnight (1999) per allargare il proprio ventaglio espressivo.

Tradizione e modernità, quindi. In bleeding with Muddy Water, ad esempio, una litania blues ipnotica e notturna si immerge in un bagno elettronico, proprio come piacerebbe ai Soulsavers (con cui Mark realizzò It’s not how far you fall, it’s the way you land e Broken). St. Louis elegy, nonostante i beat sintetici e il wall-of-sound atmosferico che la cinge in un abbraccio gelido, tradisce l’influenza delle colonne sonore degli spaghetti-western di Morricone, mentre Phantasmagoria blues, pur se inconfondibilmente laneganiana, evidenza retaggi post-punk. Quiver syndrome stende un ponte tra i Queens of the Stone Age e certo glam (i Dandy Wharols che rifanno gli Stones in Bohemian like you), e se Riot in my house è un hard-rock vecchio stampo (featuring di Josh Homme), Harborview hospital sorprende con trame di sei corde à la The Edge inserite in un synth-pop di matrice New Order. Il folk umbratile di Deep black vanishing train (l’unica traccia che formalmente rimandi al Lanegan vecchia maniera) e il valzer desertico di Leviathan solo superficialmente possono dirsi distoniche rispetto ai sette, mesmerizzanti minuti di Tiny grain of truth, che fagocita psichedelia, kraut/space-rock e Joy Division. Il punto è che tutte le tracce sono figlie della stessa angoscia, dello stesso malessere. Ed è in fondo questo che rende Blues funeral un buon disco: la capacità di Lanegan di essere sempre se stesso, malgrado le aperture a sonorità diverse. Il rischio-spersonalizzazione è evitato ancora una volta: Blues funeral è l’ennesimo bel colpo messo a segno da uno dei massimi songwriter della sua generazione.

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