Che pasticcio Mr. Weller. Più che ai raffinati e lindi arredamenti (brit) soul/jazz dei The Style Council o dei primi dischi solisti, la nuova fatica del “padrino dei Mod” somiglia alle camerette messe a soqquadro da adolescenti in piena crisi esistenziale. Nessun giovanilismo, sia chiaro. Ma Sonik kicks è a tratti capriccioso e confuso, un cumulo di spunti mescolati con audacia non sempre temperata da saggezza. Un pastiche, per l’appunto, nell’accezione letterale del termine. Perché nelle quattordici tracce che compongono la nuova fatica dell’ex Jam manca coesione, il senso di una direzione unitaria. Accenni kraut, passaggi new-wave, inflessioni black, aromi jazz, retrogusti pop e spezie psichedeliche viaggiano come schegge impazzite, perse in una galassia di loop, sample, chitarre manipolate, drum machine e sintetizzatori.
I due LP precedenti avevano fatto decisamente meglio. 22 dreams (2008) e Wake up the nation (2010) si caratterizzavano per un’equilibrio mirabile tra energia ed eleganza, tra melodia e sperimentazione, ritemprando una creatività che, in fondo, non era mai veramente appassita. Ecco perché dispiace the “The Modfather” se ne sia uscito con un album come questo.
L’apporto del produttore Simon Dine, assieme a lui anche nella succitata coppia di lavori (ma la collaborazione termina qui: i due sono in rotta per questioni di soldi) stavolta fatica ad indirizzare l’ispirazione caotica di Weller, a plasmarla in forme coerenti. E così si viene sballottati da una parte all’altra, in balia di correnti contraddittorie, fra la wave virata kraut di Green (strano mix di Can e Block Party) e le orchestrazioni della frizzante The attic (con featuring non necessario di Noel Gallagher al basso), passando per la meditabonda By the waters (quasi un’omaggio al Nick Drake di Fives leaves left), il raffinato intreccio free-form di jazz, dub e psichedelia di Study in blue (cantata in duetto con la nuova moglie, la venticinquenne Hannah Andrews), i Kinks riletti in chiave Bowie di That dangerous age (scelta come primo singolo) e il folk-pop barrettiano di When your garden’s overgrown (altra comparsata di Gallagher al basso). Il tutto, dicevamo, senza un baricentro preciso: Weller perde la bussola presto, anzi sembra quasi partito con il fermo proposito di rinunciarvi del tutto per smarrirsi in territori sconosciuti, con l’entusiasmo dell’artista alle prime armi. Visto così, allora, il disco acquista un valore che prescinde dal contenuto strettamente musicale e conferma la voglia del cinquantaquattrenne songwriter di Woking di non cedere all’audoindulgenza, a quella malattia senile che è l’autocitazionismo.
Perciò pazienza se lo ska-polka militaresco di Kling I klang fa cortocircuito con le scenografie sci-fi di Dragonfly (contesa tra effimeri effetti “spaziali” e l’organetto psych di Graham Coxon), la ninna-nanna di Paperchase o il flamenco dilatato e nevrotico di Drifters, costellato di manipolazioni sintetiche e spunti afro (l’insieme è per certi versi degno dei Muse). E peccato che il soul di Be happy childern (cantata con i figli Leah e Mac) si perda dopo un ottimo incipit. Ad ogni modo, Sonik kicks è un disco coraggioso, con i piedi (saldissimi) nel passato, l’orecchio al presente e lo sguardo al futuro, fotografia sincera di un’artista in costante movimento, perennemente alla ricerca di quel Sacro Graal laicissimo che è la perfetta pop song. Anche quando fa un (mezzo) passo falso, Weller rimane comunque un fuoriclasse.
