Raymond Chandler – Il grande sonno

«Io non sono Sherlock Holmes né Philo Vance. Non vado a raccattare la punta di un pennino di silografica sui posti dove la polizia già stata, per ricostruire così la genesi. Se immaginate che ci sian detective che si guadagnano la vita in questo modo, allora non conoscete i poliziotti». È lo stesso Philip Marlowe, in uno sfogo contenuto verso la fine de Il grande sonno (1939), a delineare la propria figura meglio di chiunque altro. Un passaggio fondamentale, che serve a Raymond Chandler per ribadire esplicitamente la sua distanza dalla “golden age” della letteratura gialla (Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, S. S. Van Dine) e la propria vicinanza a quello che egli stesso definiva il “poliziesco realistico”, meglio noto come “hard boiled”.

«Nell’arte – scriveva Chandler in un articolo apparso su The Atlantic Monthly nel 1944 – occorre sempre un principio di redenzione. […] Ma sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest’uomo è il detective». Un cinico dotato di senso etico, dai modi spicci ma non un sadico, che ricerca la verità in un mondo dominato da menzogna, corruzione, violenza: ecco Philip Marlowe. Ne Il grande sonno, la sua prima avventura, il detective accetta l’incarico del vecchio generale Sternwood: fermare un pericoloso ricattatore, che minaccia l’onorabilità della in effetti assai poco onorabile figlia minore, Carmen. L’ammirazione che nutre per il vecchio, rimasto inchiodato su una sedia a rotelle dopo una caduta da cavallo, lo spingerà ad accollarsi anche un’altra missione: rintracciare Rusty Regan, l’ex genero di Sternwood (il giovane era sposato con l’altra figlia, Vivian), scomparso senza lasciar traccia da circa un mese.

Nel corso della sua indagine, Marlowe s’imbatterà in un traffico di libri porno con contorno di omicidi, droga, follia e perversioni assortite. Quello di Chandler è un mondo semplice, che obbedisce a regole elementari: da un lato ci sono i ricchi depravati, dall’altro i poveri sbandati in cerca di un’occasione. Noia e avidità sono le due motivazioni fondamentali: Marlowe lo sa, ma non lo accetta fino in fondo. La sua figura è avvolta da un perenne senso di inadeguatezza: è un outsider mai completamente rassegnato a quello stesso cinismo che il mondo gli chiede di tirare fuori per sopravvivere.

Ne Il grande sonno ci sono tutti gli ingredienti caratteristici dell’hard-boiled. Un detective coriaceo, affascinante, coraggioso, svelto di mano e di lingua; un intrigo complesso, ricco di colpi di scena; ben due femme fatale, le sorelle Sternwood (ovviamente una bionda e una bruna). Gli stereotipi sono cuciti assieme da una prosa secca, asciutta, ferocemente sarcastica: Chandler se ne serve per affrescare un microcosmo di solitudine e squallore irradiato un pessimismo che non ammette repliche. Capolavoro antiromantico e disincantato, Il grande sonno è uno di quei romanzi che non si dimenticano, reso immortale da una trasposizione cinematografica di Howard Hawks (1946), con Humphrey Bogart nei panni di Marlowe.