Leonard Cohen – Old ideas

Si temeva fosse invecchiato male Leonard Cohen. Due dischi come il sintetico e minimale Ten new songs (2001), che ne aveva segnato il ritorno sulle scene dopo uno iato di nove anni (trascorsi per lo più in un monastero buddista), e il più variegato ma infine irrisolto Dear Heather (2004), ci avevano consegnato l’immagine di un musicista stanco, alle prese con un evidente calo d’ispirazione. Per fortuna, Old ideas rimette il songwriter sulla giusta strada, regalandoci quello che è il suo miglior disco dai tempi di The future (1992). L’approccio è quello di sempre: essenziale, scarno, lontano da ogni inutile barocchismo. Rispetto agli ultimi lavori, tuttavia, Cohen, assecondato dal produttore Pat Leonard, da un lato punta su una strumentazione acustica, lasciando ai synth un ruolo di secondo piano; dall’altro recupera un’idea di canzone più tradizionale nella struttura, rinunciando a certe intuizioni “spoken” di Dear Heather.

Gli aromi sono molteplici, ma tutti amalgamanti alla perfezione. Sotto quel ponte rugginoso che è la voce di Cohen, ridotta ormai ad un sussurro cavernoso, scorre un flusso in cui si fondono, senza soluzione di continuità, ballad tomwaitsiane intrise di gospel (Show me the place), lente meditazioni notturne dal retrogusto gitano (Amen), country imbevuti di blues, cori spiritual e fiati da marching band di New Orleans (Banjo), valzer cullanti (Lullaby, propulsa da beat elettronici), struggenti preghiere (Come healing), nenie folk per sole chitarra e voce che non possono non far pensare ai primi album (Crazy to love you, già incisa dalla compagna Anjani Thomas in Blue alert, del 2006), ritornelli ariosi e sorprendentemente “pop” (Different sides) e blues ora spettrali (Anoyhow) ora vibranti (Darkness).

Old ideas, “vecchie idee”, e per una volta non è uno spregio. Le dieci tracce si muovono in bilico tra malinconia, solitudine e, per contro, speranza, senza cadere mai nel lamento senile o nella rivendicazione sterile, grazie a quella vena autoironica che ha sempre contraddistinto l’opera di Cohen («a lazy bastard living in a suit», «un pigro bastardo in giacca e cravatta» si definisce nell’iniziale Going home, un’altra carezza per tastiere, archi e vocals eteree). Il canadese, 78 primavere il prossimo 21 settembre, con questo disco dimostra insomma come l’anagrafica non sia un fattore determinante per un artista: finché la vena c’è, finché ci sono la curiosità e l’onestà, anche chi in passato ha fatto la storia può continuare a dire la sua a testa alta, scampando così alla vergogna di finire relegato in un museo, tra i reperti dei bei tempi andati. Fossero tutte così le “vecchie idee”, chi vorrebbe sentirne di nuove?

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie