The 2 Bears – Be strong

Che ci fanno due orsi sul dancefloor? Messa così sembrerebbe una di quelle sciocche barzellette, ma la domanda è più seria di quanto non si pensi e certo non si può liquidare con una qualche scontatissima battuta. Infatti, contrariamente ad altri presunti rivitalizzatori dell’house e della disco dell’epoca d’oro, Joe Goddard (attivo anche negli Hot Chip) e Raf Rundell non si limitano semplicemente a mettere in scena un tripudio di beat tamarri, loop, orchestrazioni sintetiche e synth vintage. La loro è un’operazione più complessa, che affonda sì le radici nella Chicago degli anni ’80 e nel clubbing, ma mantiene lo sguardo ben ancorato al presente, confrontandosi dunque con l’electro-pop, l’indietronica e non esitando neppure un’istante a sporcarsi le mani con esotismi e sonorità acustiche opportunamente “trattate”.

Che nella musica del duo ci sia una certa componente nostalgica è fuori discussione. Basti pensare, ad esempio, allo stesso monicker, esplicito omaggio alla sottocultura gay, cui appartenevano molti dei pionieri dell’house (“bear”, in slang, indica un omosessuale corpulento, barbuto e villoso). Le stesse composizioni tradiscono un’evidente passione per una certa estetica da pista da ballo. Tuttavia, in Be strong, primo album della coppia, non si scade mai nella celebrazione fine a se stessa, nell’omaggio formalista ed arido. A predominare, semmai, è un gusto postmoderno per la contaminazione, il pastiche. E così si scoprono piacevoli cortocircuiti. Aromi afro impregnano il crescendo minimalista di The bird & the bees, colorata dagli azzeccati interventi dei fiati, Time in mind gioca con il country, mentre Faith fa leva su un intreccio di droni e beat nervosi su cui si stendono linee granulose di sintetizzatori trasognati, regalandoci il momento sperimentale della raccolta. Warm and easy, dal canto suo, rivela una matrice synth-pop, perfettamente incastonata in un contesto danzabile, ammiccando così agli Hot Chip. Stesso discorso per il refrain di Bear hug, decisamente più spinta, rispetto alla precedente, in direzione club-culture. Heart of the Congoes, con il suo impasto di ska (la traccia prende il titolo da un omonimo album reggae dei The Congos, pubblicato nel 1977) e dubstep, e Church, contraddistinta da un accompagnamento d’organo su un tappeto di steel drum e ritmiche house, rappresentano i momenti in cui la natura sincretica dell’arte del duo raggiunge il suo apice.

Non mancano passaggi più convenzionali, come le inflessioni disco di Be strong e Work (dominata da un piano stile Sister Bliss), o Take a look around, Get toghether e Ghosts & zombies, decisamente classic-house oriented, ma si tratta pur sempre di numeri di alta scuola, all’insegna di un groove irresistibile, che rivelano una padronanza degli stilemi e dei mezzi espressivi impressionanti. A conti fatti, non saranno degli innovatori i The 2 Bears, ma certo la loro musica denota un’intelligenza e una raffinatezza compositiva non proprio comuni. La sensazione è che gli inglesi possano farci divertire davvero tanto, in futuro.

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