The Ting Tings – Sounds from Nowheresville

Buona notizia: i The Ting Tings sono cresciuti. Cattiva notizia: i The Ting Tings sono cresciuti. No, nessun attacco di schizofrenia da parte di chi vi scrive, non temete. E neppure di sindrome di Peter Pan si tratta. Piuttosto un’amara constatazione: non tutti gli artisti dovrebbero maturare. Finché l’electro disco-punk di Katie White e Jules De Martino si manteneva entro i confini della mossa sbarazzina, del capriccio pop, allora tutto funzionava alla perfezione. We started nothing (2009), l’album di debutto, era del resto chiaro sin dal titolo: non abbiamo inventato nulla (e ce ne vantiamo, il sottinteso). Sano “fun”, insomma, divertimento puro, e pazienza se l’originalità era quella che era: contrariamente a molti loro colleghi, epigoni scarsamente fantasiosi e presuntuosi, i due inglesi non s’atteggiavano ad intellettuali e non cercavano di vendersi come i salvatori del rock. Evidentemente, però, la paura di passare alla storia solo come “quelli di Great DJ” (il singolo apripista dell’LP, che ha sbancato le classifiche di mezzo mondo) ed un pizzico di sana ambizione hanno spinto White e De Martino a cercare nuove vie espressive. Il punto, però, è che quando l’ambizione non è supportata da una pari dose di talento, il risultato è deludente. E infatti Sounds from Nowheresville non convince.

Le novità sono molteplici. Dal punto di vista armonico, le composizioni presentano un’ossatura più robusta, con passaggi in cui chitarre e sintetizzatori esplodono in ipertrofici abbracci; sotto l’aspetto melodico, invece, la sorpresa principale riguarda l’abbondanza di spunti r’n’b, che innervano un po’ tutto l’album. Per quanto concerne il mood, poi, qui l’atmosfera è palesemente meno scanzonata e più riflessiva, quando non proprio cupa. Insomma, lo sforzo dei due di andare oltre la formula dell’esordio è evidente, ma il risultato fatica a rimanere impresso. L’impasto di hip-hop e funk-rock alla base di Hit me down Sonny e Hang it up (più birichina e sensuale la prima, più grintosa la seconda, con tanto di assolo distorto di sei corde) funziona per qualche secondo, poi il trucco si svela e l’attenzione cala. Stesso discorso per Guggenheim, che alterna strofe recitate a un refrain che sembra uscito dalla penna di Jack White. Che la musica sia cambiata lo dimostrano però soprattutto Silence, una litania ipnotica che s’inerpica in un crescendo grandioso e spettacolare, i ritmi in levare di Soul killing (anch’essa dalle palesi venature black), la ballad per chitarra acustica e beat sintetici di Day to day (davvero brutta), Help, che parte folk per poi ammantarsi di uno slancio epico e tingersi di estasi sigurrosiane, e soprattutto la cameristica ballad “post” di In your life, una nenia depressa che fa perno su note riverberate di chitarra e archi struggenti. Si tratta dei pezzi più “sperimentali” della raccolta (peraltro, tutti concentrati nella seconda parte del CD), ma anche dei peggiori. Meglio, a questo punto, le sfuriate post-punk di Give it back (riff metronomico à la Interpol e chiusura imponente, tra urla e distorsioni) o il sintetico danzabile di One by one, assai più prevedibili ma decisamente più a fuoco.

Capirete come la situazione dei The Ting Tings non fosse certo facile. Avessero fatto un disco-fotocopia del predecessore, li avremmo accusati di speculare pigramente sulle fortune passate. Ora che c’hanno provato, però, vien fuori che il risultato è un mezzo buco nell’acqua. Ne deriva l’impressione che quello che White e De Martino avessero da dire l’hanno già detto: era poco, certo, e neppure tanto nuovo, ma almeno qualche brivido lo regalava. Questi “suoni da Nowheresville”, invece, sfiorano a stento la cute.

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