John K. Samson – Provincial

Un viaggio per le praterie del Manitoba. Questo è Provincial, esordio solista del canadese John K. Samson, chitarra e voce di quei The Weakerthans che con album come Left & leaving (2000) e Reconstruction site (2003) sono entrati di diritto nelle fila degli orgogli musicali di una nazione che, nel corso dell’ultimo decennio, ha prodotto alcune delle più interessanti novità della scena indie. Abbandonato il piglio punk-folk dei lavori incisi con la band madre, Samson veste qui i panni più convenzionali del songwriter di strada, limitando le eccentricità ai testi, come sempre bizzarri e arguti. In queste dodici tracce, il nostro delinea quadretti di vita più che ordinaria (il laureando alle prese con la tesi e una vita da ricostruire di When I write my master’s thesis, ad esempio), e sebbene non rinunci alle stravaganze (www.ipetitions.com/petition/rivertonrifle/ mette in musica una petizione per l’ingresso di Reggie “The Riverton Rifle” Leach nella Hockey Hall of Fame), mantiene comunque un tono malinconicamente contemplativo, disincantato e nostalgico, frutto di un percorso realmente compiuto, che l’ha portato a riscoprire luoghi e ambienti familiari della terra in cui tutt’ora vive.

L’LP, dunque, si divide tra passaggi elettrici incalzanti (Cruise rock, When I write my master’s thesis, Longitudinal centre, Highway 1 West) e momenti di country-folk acustico (Heat of the continent, Letter in Icelandic from the Ninette san, www.ipetitions.com/petition/rivertonrifle/, The last and, Stop error e Taps reversed, cantata in compagnia di Christine Fellow). Nel complesso, siamo dinanzi ad un lavoro strutturalmente e melodicamente classico, che sembra avere in Ryan Adams il suo spirito guida. L’unico momento vagamente sperimentale è rappresentato dalla stasi di Grace general, introdotta da uno strimpellio psych-folk di chitarra, condita da fiati e percorsa da rumorismi e sporcizie sintetiche. Sebbene, dunque, Samson non aggiunga neppure una virgola a quanto già fatto sentire dalle leve di cantautori emerse nel corso degli ultimi quindici anni, l’album non suona mai noioso: le sue composizioni brillano di una luce speciale, discreta, forti di motivetti catchy, ruffiani e ben costruiti, e di uno sguardo che non cede mai alla svenevolezza o al languore più autoindulgenti.

Il canadese, insomma, appartiene a quella schiera di cantastorie minimali, che quel poco che dicono lo dicono con grazia, destinati probabilmente a rimanere ai margini della storia del rock, ma senza i cui dischi le giornate sarebbero assai lunghe a passare.

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