Diciamo la verità: sin dai tempi del debutto (A brief history of love, 2009), i Big Pink avevano dato l’impressione di essere molto meno originali di quanto certa stampa lasciava intendere. Il loro mix di dark-wave, shoegaze, industrial e Madchester-sound, sulla carta intrigante, ad un ascolto attento si rivelava invece fiacco, anemico, per via di una scrittura incapace di arrivare realmente alla carne viva della materia sonora trattata. Spenti i riflettori e svanito l’hype, Future this, secondo capitolo della discografia di Robbie Furze e Milo Cordell, mostra in maniera impietosa tutti i limiti dell’operazione.
Rispetto al passato, abbondano tentazioni hip-hop e r’n’b, calate in un contesto grandiosamente romantico, in cui strati di synth e chitarre manipolate convivono con epicità emo-rock. Il riferimento principale sembrano essere gli M83, con un’aggiunta di MGMT, ma la pasta è ben altra. Poste programmaticamente in apertura di LP, Stay gold (che ricalca una delle loro hit, Dominoes) e Hit the ground (Superman) dimostrano appieno tutta la vacuità del progetto, proponendo quella che è, in fondo, una variante electrogaze del più banale rock da stadio. Fissato il canovaccio, il resto del disco procede senza sussulti, sulle ali di un’epica vuota, pomposa, ottusa, che cerca il brivido lungo la schiena a tutti i costi e trova, invece, l’implacabile sbadiglio. Synth polverosi e cacofonie elettroniche popolano 1313, ma sembrano essere più che altro un pretesto per il ritornello “leggendario” e marziale, mentre la title-track e Give it up confermano come il disco sia sotteso da un’anima black assai prevedibile. L’electro-rock di Lose your mind strizza l’occhio ai Duran Duran, ma qui come in Rubbernecking (vicina, dal canto suo, ai Gonzales e Fromagenau di Hurry up, we’re dreaming) si scade nello stucchevole. La confezione lussuosa (merito del produttore Paul Epworth) è fumo negli occhi, un tentativo disperato di celare la scarsa verve della scrittura e una cronica mancanza di idee. A dimostrazione di come in Future this non funzioni proprio nulla c’è 77, una ballad electro-soul che nelle mani di un altro (Mr Hudson, per esempio) sarebbe stata ben altra cosa di quest’ammasso di cliché.
Meglio, a questo punto, le dinamiche spettacolari di Jump music, dal retrogusto Depeche Mode, decisamente il brano migliore della raccolta (non a caso quello più vicino al primo lavoro). E ciò la dice lunga sulla qualità di Future this, album noioso, monocorde, che confina i Big Pink ai margini dell’attuale scena indipendente.
