Howler – America give up

Logico, no? Dopo il revival, il revival del revival. Non bastavano cloni di Television, Talking Heads, Velvet Underground, Joy Division, MC5, Stooges e My Bloody Valentine (tanto per citare le band ultimamente più saccheggiate): ecco spuntare ora anche le copie delle copie, ad innescare così una spirale vertiginosa di rimandi e citazioni per nulla nascoste e anzi palesi, esplicite. Nessun intento metalinguistico, nessuna scomposizione/ricomposizione di topos o stilemi: la maggior parte di queste “nuove” band, più che da un approccio genuinamente postmoderno, dal gusto della parodia o del pastiche colto, è afflitta da una cronica mancanza d’idee. Gli Howler, ad esempio. Ad ascoltare il loro debutto, America give up, vien da chiedersi come sia possibile confezionare undici ballate che plagiano smaccatamente i The Strokes, a loro volta emuli non proprio originalissimi (fatta eccezione, forse, per il primo album) della tradizione post-punk newyorkese della fine dei Seventies. Azzardiamo un’ipotesi: un rapporto col passato evidentemente distorto, superficiale (mescolato ovviamente ad una discreta dose d’ignoranza) ha spinto molti (stampa specializzata in primis) ad innalzare su un piedistallo musicisti che al massimo si sono dimostrati allievi diligenti di altri ben più originali e rivoluzionari, col risultato di alimentare fenomeni “artistici” che devono tutto all’hype e ben poco al talento.

“Rivoluzione”: una parola che presumibilmente noi che ci occupiamo di critica dovremmo cancellare dai nostri personali dizionari, assieme ad un’altra particolarmente abusata – “capolavoro”. Certo non sono aggettivi spendibili per quest’album. Che ovviamente neppure è orrendo: come tante altre produzioni simili, America give up è, più che inascoltabile, graziosamente innocuo. E per questo, alla lunga, finisce col suonare terribilmente vuoto, nonostante (o forse proprio per questo) le ottime rifiniture. Gli americani di Minneapolis, capitanati dal cantante/chitarrista Jordan Gatesmit, puntano su un impasto di garage, surf-pop, new-wave e un pizzico di shoegaze per farcire una manciata di ballatine con gli artigli spuntati e dalla struttura assai prevedibile. Evidentemente innamorato di Casablancas e soci (Beach sluts, This one’s different, Wailing, Told you once), il quintetto non dimentica tuttavia i The Horrors prima maniera (la cupa Pythagorean fearem) e i The Drums di Portamento, tutti fedeli (e, nel caso del quartetto guidato da Jonathan Pierce, scarsamente inventivi) discepoli dei Ramones e di quei Jesus and Mary Chains che Back to the grave omaggia in modo calligrafico.

America give up, insomma, è il tipico album indie di oggi: apparentemente ruvido e ribelle, ma con un’anima decisamente radio-frendly e conservatrice. Niente di male, a patto che ignoriate quarant’anni di storia del rock.

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