Essere fedeli ad un sound non vuol dire ricopiarne pedissequamente gli elementi. Caroline Polachek e Patrick Wimberly questo lo sanno benissimo. Con il monicker Chairlift propongono una rilettura intrigante del synth-pop anni ’80 più classico, mescolandolo tuttavia con esotismi new-wave prima maniera, spezie psichedeliche e un piglio “arty” che trasforma le partiture in affascinanti puzzle sonori. I due (anzi, i tre: in origine faceva parte della line-up anche Aaron Pfenning, fuoriuscito dal gruppo nel 2010, dopo la rottura del fidanzamento con la Polachek) avevano già colto nel segno con il debut, Does you inspire you (2008) e Something non fa altro che confermare quanto di buono s’era detto di loro all’epoca.
Amanaemonesia, primo singolo estratto, è piuttosto esemplificativo del songwriting dei Chairlift, capace di partire dal post-punk virato dub dei Police per innestarvi keyboard avvolgenti e un refrain tanto arioso quanto trasognato. La vocalità limpida, cristallina e un pizzico algida della Polachek (tra Laetitia Sader e Debbie Harry) domina incontrastata, a proprio agio sia nei momenti più sospesi (la trance “dreamy” di Turning) che in quelli ritmicamente più serrati (la visionaria Met before). La varietà stilistica è uno dei tratti distintivi dell’album. All’electro-pop danzabile e spezzato di Sidewalk safari fa da contraltare Frigid sping, un sofisticato esercizio tra folk psichedelico e pop, mentre Wrong opinion apre con beat tribali per poi sciogliersi in una nenia malinconica, il cui tessuto armonico non rinuncia, tuttavia, a inglobare deflagrazioni e rumorismi. E se I belong in your arms è sbarazzina e frizzante, Guilty as charged procede a passo di lumaca, trascinandosi stanca eppure sensuale sino al febbrile finale, a base di percussioni da pellerossa. La parte centrale del disco è anche quella che cede maggiormente al classicismo, inanellando la struggente Cool as a fire (una ballad dalla costruzione esemplare), il danzabile scarno di Take it out on me e l’inquieta Ghost tonight, tre deja-vù, ma di classe.
Sono tuttavia eccessi perdonabili. Something è nel complesso un lavoro nient’affatto calligrafico o auto-indulgente: le composizioni dei newyorkesi suonano fresche, intriganti, grazie ad un’innata sensibilità retrò che non si traduce in una banale operazione di restyling, ma lascia trapelare qualche scorcio nuovo, tutto da esplorare. Un album coi fiocchi.
