Blaudzun – Heavy flowers

Rischia di diventare un piccolo fenomeno di culto Johannes Sigmond. Il cantautore olandese s’era messo in luce già con il primo LP, Seadrift soundmachine (2010), grazie ad una scrittura cinematica che fondeva, sotto le insegne di un un’incurabile vena romantica, spasmi post-punk e raccoglimento alt-country. Ora, a distanza di due anni, Heavy flowers ne consolida il talento singolare, riproponendo lo stesso mix di indie-rock e roots music che aveva contraddistinto l’esordio ma in modo più calibrato, con maggior vigore e personalità.

Blaudzun, pur erigendo impalcature robuste, dal sapore epico, non rinuncia al calore dell’intimismo da songwriter. “Heavy flowers” recita il titolo, e a ragione: dietro la facciata grandiosa si nasconde uno spirito tormentato, una sofferenza che la voce non manca efficacemente di esprimere a più riprese. Riff elettrici circolari e ritmiche marziali (Elephants), martellanti dissolvenze (Les chant des cigales) e serrati strumming acustici su cui danzano harmonium obliqui (Sunday punch) sembrano effettivamente usciti dal repertorio degli Arcade Fire, ma il rischio-plagio è lontano. Anche quando, come nella title-track, strizza l’occhio ai Radiohead, Sigmond non perde mai di vista la propria identità: e infatti, nonostante il saliscendi orchestrale e il mood fosco, subito il banjo attacca a strimpellare una nenia alt-country, che un crescendo impetuoso carica di pathos. Che il disco si nutra di contrasti lo dimostra anche Flame on my head, sorta di cortocircuito tra gli ampi fraseggi d’archi, talvolta ariosi, talvolta carichi di mistero (ancora lo spettro di Yorke, la cui lezione riecheggia pure nelle vocals salmodianti poste in apertura di pezzo), e l’umore nevrotico delle strofe. We both know sfodera una nenia à la Decemberists, ma vi inietta un senso di dramma incombente sconosciuto a Meloy, che si esplica alla perfezione nel crescendo incalzante. La carica ansiogena della folkie Who took the wheel, sospinta da un battito marziale, è appena mitigata dal paesaggio depresso di Solar (tra le melodie migliori della raccolta), dalla scarna Monday (che fa leva sull’accoppiata banjo e voce, con l’aggiunta di qualche lieve tocco di piano), e da Elephants (Nocturne), ballad acustica sospinta da una slide e arricchita da qualche timido intervento dei fiati. Anche in questi casi, tuttavia, qualcosa si agita sottopelle, un malessere inestirpabile, un’inquietudine profonda, che increspa le melodie e impedisce loro di distendersi in un abbraccio catartico. L’incedere secco, perentorio di Another ghost rocket evidenzia ulteriormente come la musica di Blaudzun possegga una forza tutta interiore, una carica emotiva elevatissima che non ha bisogno di effetti speciali per materializzarsi.

Dicevamo, all’inizio, del rischio che Sigmond diventi un fenomeno di culto sotterraneo. Con un album delizioso come Heavy flowers le probabilità sono decisamente alte.

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